“I parenti del signor…?”

Il corso di studi in Medicina e Chirurgia è una roba a dir poco mortale. Lungo i 10 anni (6 per la laurea, da 4 a 6 per la specializzazione) e circa 60 esami vengono insegnate le basi del nostro complesso mestiere: dalla classificazione di Leucemie e Linfomi (raccomandata contro l’insonnia) a come mettere un catetere vescicale. Non esiste, però, in nessuna formula, un corso di comunicazione.
Questa cosa non va affatto bene, perchè c’è un piccolo particolare: se hai deciso di fare il medico, prima o poi, più prima che poi, dovrai dire al tuo paziente che è malato. Sembra banale, ma non lo è.
A tutti i livelli, dal medico di base che trova esami di routine sballati, al Rianimatore che deve comunicare la morte di un paziente ai parenti, tutti dovremo veicolare piccoli e grandi lutti, senza che nessuno ci abbia insegnato a farlo.
In Italia si improvvisa anche nelle professioni scientifiche, per cui, ognuno di noi, da studente, si è infiltrato alle spalle del medico di guardia per rubare il mestiere, per capire come si fa a far entrare la malattia e la morte nella vita delle persone.
La verità è che non esistono regole per farlo, esistono alcune malizie che ciascuno modula negli anni con l’attitudine personale, ma no, non esiste un buon modo per dirlo. Quando la malattia e la morte arrivano, per quanto tu sia bravo a dirlo e per quanto loro siano preparati a riceverlo, sono sempre un branco di elefanti che irrompono in casa, sfondano la porta e si siedono nel salotto buono, travolgendo tutto.
Nella mia giornata lavorativa c’è un momento che mi turba sempre: il colloquio con i parenti.
Faccio un lavoro in cui di rado mi capita di dare buone notizie, mi capita spesso di darne di pessime. Faccio sempre un respiro profondo prima di aprire la porta della sala d’attesa dire: “I parenti del signor…(cognome)?” e farli entrare in studio.
Loro ti guardano, vogliono sapere, ma magari anche no, o almeno non quello che tu dovrai dire loro, senza tacere nulla, al massimo filtrare.
C’è una cosa alla quale penso sempre durante questi colloqui: loro ricorderanno per sempre il mio viso, la mia espressione mentre rovino la loro vita, io non ricorderò i loro volti.
A distanza di anni non ne ricordo nessuno. Nemmeno uno.

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