PM

Avere un “medico in famiglia” resta nell’immaginario collettivo una grandissima figata. Un pò più prestigioso del parente veterinario, un pò meno utile dell’idraulico, è sempre un gran conforto sapere di poter chiamare senza imbarazzo per un consulto al volo.

Bene, sappiate che per il vostro parente medico non è così, soprattutto quando si viene attivamente coinvolti nel percorso diagnostico-terapeutico.

Innanzitutto chiariamo subito un concetto: l’intercessione del parente medico porta sfiga. E pure tanta.

Questa è una teoria talmente sdoganata che può capitare di trovare sulle liste operatorie una sigla vicino al nome del paziente: “PM-Parente Medico”. Per decenza non si stampa sulla lista ufficiale, ma si segnala sempre, tipo: “Non è vero, ma ci credo.”.

Quando, poi, il PM decide di assistere all’intervento allora bisogna prepararsi alle complicanze più rare e assurde.

Può capitare che il povero PM sia stato costretto dalla famiglia a entrare, anche se da 20 anni non varca la soglia di una sala operatoria e per un sacco di buoni motivi. Questi si riconoscono facilmente dallo sguardo terrorizzato. Di solito si fa loro salutare il paziente ancora sveglio e poi li si accompagna in cucina. Loro te ne saranno grati per sempre.

C’è poi il presuntuoso che non sa niente di ciò che sta succedendo, ma te la spiega. Anche questo, in realtà, è piuttosto facile da gestire, di solito basta dire: “Ah, ok, allora intubi tu?” per vederlo correre verso la cucina.

Discorso assai più complesso se il PM è un vero addetto ai lavori.

Mi è capitato di addormentare parenti e amici, ho visto chirurghi operare persone care.

Tutti odiamo farlo.

Chi ce lo chiede lo fa in buona fede e noi accettiamo perchè sappiamo quanto questo li tranquillizzerà, filtrerà la paura attraverso l’intimità con qualcuno che non ci vede solo come pazienti.

Questo è esattamente ciò che ci manda in crisi.

L’amore, l’affetto, la confidenza sono fatti di un materiale che penetra facilmente le nostre difese e ci fa vibrare.

Il parente si tranquillizza, noi ci innervosiamo e perdiamo lucidità, motivo per cui, in questi casi, non si resta da soli, ci si limita a presenziare, iniziare e poi si affidano in altre mani. È meglio così per tutti.

In questo momento, mentre prendo appunti per questo post, infatti, osservo da lontano il ventilatore a cui è collegata una persona a me molto cara, affidata per questo a un altro anestesista.

Prima di addormentarsi mi ha detto:”Sai, io mi fido della chirurgia.”

Anch’io, sai, altrimenti sarei scappata via da parecchio tempo, solo che oggi, in questo momento, non mi fido abbastanza di me e resto qui ferma a guardare.

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