Il catino

Fare un lavoro come il nostro significa applicare quotidianamente metodiche scientificamente studiate, che hanno negli anni, in tutto il mondo, portato a risultati statisticamente significativi.

Grazie, poi, alla tecnologia che permette di mettere in contatto in tempo reale professionisti di tutto il mondo e di divulgare i risultati a tutta la comunità scientifica, l’improvvisazione e l’esperienza personale non hanno più un valore preponderante. Si tende ad uniformare o protocollare il più scientificamente e asetticamente le procedure.

A  meno che non sia venerdì 17.

Io non so come funzioni nel resto del mondo, perchè non ho mai esercitato fuori dall’Italia, ma dubito fortemente che la scaramanzia delle sale operatorie italiane sia riscontrabile all’estero.

Per chi osserva i medici sono solitamente adulti autorevoli, che hanno fondato una vita intera sulla scienza e sui risultati statistici. Ecco, provate a pronunciare la parola Morte in sala operatoria e vedrete che scenate.

Esistono precise regole non scritte che vengono rigorosamente rispettate.

Innanzitutto la parola Morte non viene mai pronunciata. Spesso i pazienti che vengono sottoposti ad anestesia spinale quando perdono sensibilità alle gambe dicono: ” Mi sento le gambe come m…” “Nooooo, non dica quella parolaaa!”, grida di solito un operatore. Sempre per quanto riguarda l’anestesista, non si addormentano mai i pazienti se questi hanno le gambe incrociate sotto il lenzuolo, così come sul ventilatore non si impostano mai gli atti respiratori a 13 o 17.

Una mia collega ogni volta che fa una puntura, venosa, peridurale o spinale, un istante prima di bucare fa il gesto delle corna con la mano. In effetti ha una percentuale di successo imbattibile.

Alcuni chirurghi mettono i guanti in una certa sequenza come se fosse un rito, altri voglioso sempre e solo una determinata musica e guai a cambiare. C’è chi non vuole vedere il colore viola nelle sale operatorie e chi non fa mai varcare una soglia ad un paziente in barella passando prima con i piedi, perchè prerogativa delle salme trasportate in Camera Mortuaria.

Eh sì, lo confesso, in alcuni reparti è stato adolito il letto 17, al suo posto c’è il 16bis.

Infine una vecchia credenza delle Rianimazioni. A volte capita che alcuni pazienti, benchè in gravissime condizioni e senza più nessuna speranza di sopravvivere o guarire, non riescano comunque a morire. Restano questi corpi vuoti, come sospesi a metà strada, che giorno dopo giorno iniziano a decomposi nel letto. Ma non muoiono.

In Italia l’eutanasia è illegale e la limitazione delle cure è argomento delicato (che prima o poi affronterò anche qui), ma vi assicuro che non è facile vedere quei corpi, che una volta erano come i nostri, disfarsi lentamente nei letti.

In questi casi si usa il catino.

Una mia infermiera anziana mi ha raccontato che ci si tramanda tra infermieri questa usanza: per liberare l’anima del malato e aiutarlo a morire, durante un turno di notte, più tranquillo e silenzioso, si mette sotto al letto un catino d’acqua. L’acqua evaporando e salendo verso il cielo fa da strada all’anima, che segue il vapore e sale anch’essa verso l’alto.

La mia formazione scientifica mi impedisce di credere a questa leggenda, ma in quei casi in cui noi abbiamo fallito e il corpo non cede alla morte, per umana pietà lascio che i miei infemieri mettano il catino.

Loro non me lo dicono, io faccio finta di non vedere, ma prego che funzioni.

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