I peggiori pazienti

Qualche giorno fa, durante il turno di notte, ho ricevuto una telefonata in Rianimazione: “Sono Maria (nome di fantasia), sono scivolata sul ghiaccio in cortile, mi sono fatta male a una gamba, non riesco ad alzarmi, venitemi a prendere.”.

Maria è l’ infermiera decana del reparto, stava venendo a fare il turno di notte, è una donna dolce, in reparto ci ha condotti tutti per mano. Ci si rivolge a lei per affidare un paziente delicato, per avere una spalla su cui piangere, per farsi dare la ricetta della sua incredibile mousse di gianduiotti.

Questa dolce creatura non era nemmeno parente della belva feroce che, dopo pochi minuti, ha attraversato la soglia del Pronto Soccorso. Seduta a forza su una carrozzina, sbraitava: “E piantatela di trattarmi come un’invalida! Vi ho detto che non è rotta! Basta una fasciatura, anzi, datemi una benda che faccio da sola!”. Per un istante ho pensato che le si girasse la testa di 360^ e iniziasse a parlare Aramaico.

Purtroppo il referto ha confermato il sospetto: frattura malleolare, gesso, 2 mesi di prognosi.

Alla diagnosi è seguita una estenuante trattativa sulla lunghezza dello stivaletto e i giorni di prognosi conclusasi con: “Se allora non è rotta metta sopra del bianco d’uovo e vada a fare il turno!”, seguito da:”Lei dottore non mi piace, mi faccia questo gesso che tolgo il disturbo.”.

Questo teatrino è stata l’ennesima conferma del fatto che gli operatori sanitari siano, in assoluto, i peggiori pazienti.

Forti del fatto di possedere la materia, siamo convinti di saperne più e meglio di chiunque altro, anche perchè, per una volta, si parla del nostro corpo. Gran parte di questa arrogante ottusità deriva dalla sorpresa di ritrovarsi ammalati, cioè catapultati dall’altra parte.

A noi queste cose non succedono, noi siamo quelli che queste cose le comunicano, non le ricevono.

Spesso la cosa si traduce in comportamenti assai ridicoli. Ricordo un nerboruto rianimatore che doveva fare controlli ematochimici mensili e, ogni volta, cercava di corrompere uno specializzando perchè si facesse il prelievo al suo posto.

Ho visto più di una infermiera accelerare la velocità della propria flebo per “fare prima” e ritrovarsi a vomitare per le vertigini.

Questo atteggiamento degenera quando la malattia è di quelle serie, quelle che di solito comunichiamo nello studio, a porte chiuse, con camice e faccia greve.

Nessuno nel Mondo si augura di morire male e lentamente, ma chi, come noi, conosce la malattia, sa perfettamente cosa aspettarsi.

Conosciamo l’odore dei corpi che muoiono, sappiamo cosa vuol dire perdere, giorno dopo giorno, la capacità di camminare, di parlare, di mangiare, di lavarsi, di vivere dignitosamente.

Conosciamo il dolore e fino a che punto si riesca davvero a controllarlo.

Non vogliamo arrivare a quel punto lì, con quello sguardo che conosciamo bene.

Non vogliamo restare sequestrati in un letto a perdere impotenti la battaglia che abbiamo combattuto tutta la vita. Quella contro la malattia, contro la morte.

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