Turno di notte

A me piace lavorare di notte, credo sia in parte riconducibile a una mia sfumata sociopatia.

Mi piace perchè nel turno di notte tutto è più ovattato e silenzioso, i telefoni squillano solo per pochi buoni motivi, il campanello del reparto non gracchia incessantemente per lunghi minuti.

Siamo in pochi, nei piccoli ospedali come il mio, pochissimi.

Gli infermieri, anche loro ridotti all’osso, si muovono silenziosi seguendo il ritmo del lavoro, sanno perfettamente cosa fare: di notte tu non disturbi loro, loro non disturbano te.

Solitamente, verso l’ 1.00 nelle Rianimazioni, se tutto è tranquillo, ci si ferma per una pausa. Nella maggior parte dei casi si prepara un the, una tisana, si riesumano dal fondo dei cassetti fette biscottate della dotazione ospedaliera. In alcuni fortunati casi qualcuno ha portato una torta, della pizza, del gelato, in estate una anguria fresca.

E’ quasi inevitabile che le conversazioni scivolino sul personale: i figli, il mutuo della casa, la vecchia suocera rimbambita. Non ci sono ruoli istituzionali e gerarchie. Ci sono delle persone, nel cuore della notte, chiuse in un posto senza finestre, con luci e aria artificiale, che riprendono fiato tra un malato da lavare e una visita da fare, circondati da corpi che dormono un sonno strano, come sospesi.

Dopo aver fatto il giro visita e la pausa, spesso vado a fare un giro in Pronto Soccorso e nei reparti.

Il Pronto è sempre luminoso, rumoroso, la vera trincea. Gente che sta male, ubriachi e senzatetto che cercano solo un posto dove dormire, alcuni strillano, altri non hanno nemmeno la forza di farlo.

Mi affaccio alle varie stanze per salutare i colleghi, che di solito mi sfottono con: “Che ci fai qui? Ancora non sta morendo nessuno…”. Scambiamo battute di pessimo gusto, magari beviamo un caffè, qualcuno fuma una sigaretta in cortile. Di notte ci si cerca nei reparti anche solo per quello, per ricordarci che c’è un altro stronzo come noi che non sta dormendo nel proprio letto.

Dopo il bagno di popolarità del Pronto passo ai reparti, c’è sempre qualche postoperato da passare a controllare, o qualcuno dimesso dalla Rianimazione da salutare.

In realtà è una scusa.

Mi piace passeggiare nei corridoi dei reparti di notte. Il buio rotto dalle lucine di sicurezza, i passi leggeri degli infermieri, i respiri dei malati, il profumo del caffè che esce dalle cucine. Passando sbircio nelle camere, dove, al fianco dei malati, c’è spesso un parente, un amico, una badante: qualcuno legge, qualcuno guarda la televisione, i più acrobatici tentano di dormire sulle sedie accostate ai letti.

I turni di notte mi ricordano perchè ho voluto fare il medico.

Quando ero ancora una ragazzina mio padre si ammalò e morì in pochi mesi. Di quel periodo ricordo molto poco e in modo confuso, ma ho ancora molto chiara la sensazione che mi dava l’ospedale dove rimase in quei mesi: il conforto. La convinzione che lì, di giorno come di notte, ci fosse qualcuno sveglio che si occupasse dei malati, vegliando sul loro sonno.

Oramai sono passati 20 anni e ancora oggi, quando entro in ospedale, provo questa sensazione di conforto e serenità. Non so quanto durerà, se sono fortunata per sempre.

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