194

Il 22 Maggio del 1978 non so che clima ci fosse, ma è stata di sicuro una grande giornata. Quel giorno è stato legalizzato l’aborto, con la promulgazione della Legge 194.

Prima di quella data procurare o procurarsi un aborto era un reato penale, punito con reclusione da 2 a 7 anni, a seconda che la donna fosse consenziente, oppure minorenne. Quindi, sia la donna, sia il medico abortista, rischiavano la galera per la caparbietà di voler esercitare o aiutare l’esercizio di ciò che sentivano come un diritto: disporre del proprio corpo, esercitare il libero arbitrio e tutelare la salute di una paziente in questo disgraziato percorso.

Va da sè che la naturale conseguenza di una legislazione cieca alla natura umana e alle sue derive, fu la proliferazione di metodiche abortiste casalinghe e pericolosissime. I metodi più utilizzati erano i ferri da calza o i “cucchiai” usati da specillo, la ricerca volontaria di traumi violenti, come la caduta dalle scale ( rigorosamente da far passare come accidentali) o l’ingestione di alimenti proabortivi, il più comune dei quali era, ed è tutt’ora, il prezzemolo, appartenente alla famiglia della cicuta.

Siccome l’aborto era illegale e i medici ufficiali rischiavano penalmente, per queste pratiche ci si rivolgeva alle “mammane”, donne con qualche rudimento di ostetricia che praticavano clandestinamente in scantinati, casolari isolati o fienili, le cruente pratiche descritte sopra. In quali condizioni igieniche credo di poter sorvolare. Ci siamo capiti.

Un vecchio medico condotto mi raccontava spesso di una ragazzina, quasi una bambina, che, nonostante i suoi sforzi, gli morì tra le braccia, con la bocca ancora piena di prezzemolo, senza contare di tutte quelle che venivano ritrovate fredde, la mattina dopo, in un pagliericcio intriso di sangue. Siccome delle condizioni igieniche non vi ho parlato, vi tacerò anche di tutte quelle che morivano più tardivamente di sepsi, meglio nota come setticemia.

Ma dal 23 Maggio 1978 cambiò tutto. Più o meno.

Come il Ministro Balduzzi ha dichiarato nella sua relazione dello scorso anno, l’attuazione della Legge 194 è ancora ben lontana dall’essere usufruibile con facilità. Considerando che facilità e aborto non sono concetti facilmente affiancabili.

Attualmente in Italia, così come nel resto del mondo civilizzato, per praticare una volontaria interruzione di gravidanza (IVG) in una struttura pubblica sono necessarie 3 figure professionali: ginecologo, anestesista e ferrista. Queste figure sanitarie possono, per Legge, praticare Obiezione di Coscienza, cioè possono rifiutarsi di praticare l’aborto sebbene la paziente lo richieda e rientri nella legalità, ovvero entro le 12 settimane di gestazione e dopo aver completato l’iter burocratico. Ricapitolando: sei una donna, cittadina italiana, incinta da meno di 12 settimane che, per un qualsivoglia motivo, hai deciso di abortire, svolgi tutta la burocrazia necessaria nello svolgimento di un tuo diritto, ma puoi ancora trovare qualcuno che te lo neghi perchè obiettore.

Parliamo di numeri, giusto per capire quante possibilità ci potrebbero essere.

Secondo i dati del 2010 in Italia circa il 70% dei ginecologi, il 50% degli anestesisti e una percentuale assai variabile di ferristi esercita Obiezione di Coscienza, con notevoli variazioni regionali, in generale al Sud le percentuali sono molto più alte.

Se vuoi abortire non basta il dramma personale, devi pure avere il culo di trovare personale sanitario non obiettore.

Io penso che, nel momento stesso in cui si timbra a inizio turno e ci si metta il camice, sia doveroso astrarsi. Così come il paziente non ne può niente se ho litigato con mio marito, o se ho debiti da pagare, così non mi deve interessare se il paziente è simpatico, religioso o delinquente efferato. Quindi non mi interessano le motivazioni per le quali una donna arriva a compiere quella scelta, non è di mia competenza, se la vedrà con se stessa. Mi riguarda, invece, e molto da vicino, la scelta di fare questo lavoro e il giuramento conseguente di tutelare, sempre e comunque, la salute dei miei pazienti.

Il giudizio morale compete ad altre categorie professionali, che però non dovrebbero in alcun modo (ma in Italia non è così) interferire con la laica tutela della Salute Pubblica.

Nessuno ha obbligato me, i ginecologi e i ferristi a fare questo lavoro, si poteva comunque intraprendere una professione sanitaria senza mai dover avere a che fare, nemmeno per sbaglio, con un aborto. Chiedetelo ai dermatologi, ad esempio.

Chiariamo un concetto: io sono un medico non obiettore.

Questo non significa che una seduta di IVG mi sia indifferente o leggera, ma il mio lavoro non è giudicare, ma addormentare e togliere il dolore fisico. E quello faccio. Sempre.

Se esercitassi negli Stati Uniti probabilmente sarei già stata freddata nel parcheggio dell’Ospedale, ma finchè sarà tutelato anche il mio diritto di esercitare la professione medica come credo, continuerò a farlo. E’ anche questa una questione di punti di vista. O di mira.

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