La festa è finita

Essendo l’unico medico in famiglia vengo spesso coinvolta nei percorsi sanitari dei miei numerosi parenti. Per questo motivo questa settimana ho accompagnato una persona a me cara in un grande e prestigioso istituto privato.

Ero molto curiosa di andarci, proprio per capire come e quanto siano distanti Grande e Piccolo, Pubblico e Privato. Già nel parcheggio mi è sembrato tutto piuttosto chiaro.

Io ho lavorato prevalentemente in strutture pubbliche di piccole o moderate dimensioni e, quando, in attesa di entrare in scuola di specializzazione, ho smarchettato in strutture private, queste erano poco più che a conduzione famigliare.

Potete immaginare la mia faccia da provinciale sbalordita nel trovarmi in un istituto di fama europea. Praticamente come quella dei vostri figli di 4 anni all’ingresso di Eurodisney.

Tutto nuovo, tutto lustro, hostess con cartellino di riconoscimento che ti indicano la strada. In circa 20 minuti abbiamo consegnato i campioni, sbrigato la burocrazia e pagato il ticket. Senza confusione, senza malintesi con le segretarie, senza vagabondare a vuoto tra gli ambulatori.

Vi giuro che solo un briciolo di dignità mi ha impedito di aggrapparmi ai camici di passaggio e sussurrare:”Sono una di voi, ti prego portami a vedere la Rianimazione e le Sale Operatorie.” Santo cielo, chissà che respiratori avrei trovato.

Dopo la prima impressione di invidia, mista a desiderio, sono stata invasa da una marea montante di rabbia pura. Perchè nel privato sì e nel pubblico no? Quanto costerà tutto questo? E’ possibile che con tutto l’aggravio fiscale che subiamo non possiamo avere strutture del genere aperte e accessibili a tutti i cittadini?

No. E so anche perchè. La riposta viene da lontano.

Supponiamo per assurdo che tutti abbiano sempre pagato le tasse e che in queste tasse fosse compresa anche la quota destinata alla Pubblica Sanità. Quei soldi, lo sapete bene, si sono persi in mille passaggi di mano e sono arrivati negli ospedali, nei consultori, nelle sale operatorie molto snelliti. Un pò perchè mai partiti, un pò perchè persi nel percorso. Io non vi so quantificare le percentuali di perdita nel viaggio, ma vi posso parlare di come sono stati sperperati e persi quando giunti a destinazione.

Un anziano chirurgo, oramai in pensione, mi raccontò che, dagli anni ’70 in poi (ma dubito fortemente che prima fosse diverso) qualsiasi chirurgo cretino, con velleità da Barnard, poteva svegliarsi un mattino e decidere che da quel giorno avrebbe impiantato protesi vascolari. Questo significa che poteva, senza passare da nessuna Commissione Etica o Ragioneria, farsi acquistare partite intere di protesi di vari materiali e misure, prima ancora di imparare a metterle e senza fare alcun bando tra le varie ditte. Potete immaginare facilmente l’effetto di questa mentalità, moltiplicata per molti medici in tutti gli ospedali italiani. Nel mio attuale ospedale, piccolo e periferico, abbiamo magazzini pieni di materiale, ormai scaduto, a imperituro ricordo della presunzione scellerata di molti colleghi.

Se volete possiamo anche parlare di chi timbrava nel pubblico per poi lasciare gli Aiuti a lavorare e andare a esercitare in Clinica Privata. Questa gente veniva pagata comunque per le ore che, però, non trascorreva a lavorare in ospedale.

Il portato di questa mentalità tutta italiana ha fatto sì che arrivassimo alla situazione attuale: le Aziende Ospedaliere hanno finito i soldi.

Questo significa che sono saltati i pagamenti ai fornitori, che, però, sono obbligati a garantire le forniture per qualche anno, proprio per l’importanza dei materiali che vendono. Gli anni, però, passano e le aziende stanno iniziando a non consegnare più i prodotti non vitali, ad esempio cerotti, guanti e cose del genere.

Quest’anno le tredicesime degli operatori sono state pagate tramite prestiti in banca e non pagando nessun fornitore. Prima o poi questi ultimi minacceranno, giustamente, di non consegnare i farmaci e, a quel punto, sarà assai probabile che salteranno i nostri stipendi. Noi siamo pubblici ufficiali, per cui non possiamo interrompere il Pubblico Servizio, quindi, qualora questo si verificasse, continueremmo a lavorare garantendo solo i livelli minimi di assistenza.

Lo so che adesso qualcuno dirà che in realtà anche il Privato è messo male, ma il motivo è sempre lo stesso: la Pubblica Sanità non paga più le convenzioni ai privati che si sono ritrovati ad aver eseguito un servizio pubblico che probabilmente resterà insoluto. E il bilancio schricchiola.

Le strutture private, però, possono sopravvivere aumentando i prezzi e intensificando le attività private, aprendo ancora di più il divario di accessibilità ad alcuni servizi. Per capirci, se prima fare un’ecografia in Casa di Cura costava X, una cifra ragionevole, che magari pagavi a cuor leggero pur di eseguire l’esame in pochi giorni, ora costa il doppio, perchè devono rientrare di tutte quelle che non sono state pagate. Penso che il concetto sia chiaro.

In aggiunta a ciò le assunzioni nel Pubblico sono state bloccate per mancanza di fondi, per cui le liste d’attesa si allungano per mancanza di personale medico e infermieristico.

Probabilmente io stasera sono di cattivo umore e vedo tutto nero, ma vi assicuro che il clima che regna nella Pubblica Sanità è piuttosto mesto.

La festa è finita, gli amici se ne vanno. Forse dovrei andarmene anch’io.

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