Il primo morto

Molti anni fa un mio vecchio maestro mi disse che gli anestesisti si dividono in due gruppi, quelli che hanno già fatto il morto e quelli che ancora non l’hanno fatto.

Io, giovane e presuntuosa specializzanda dell’ultimo anno, pensavo che stesse esagerando, che si potesse essere ottimi anestesisti anche senza che morisse nessuno, anzi, che la bravura di un medico risiedesse proprio nel salvare tutti. Mi sbagliavo.

Il mio primo morto me lo ricordo bene e ha, per me, l’odore dei mandarini.

Era un intervento tutto sommato di routine, una embolizzazione, per via angiografica, di un grosso aneurisma cerebrale. L’aneurisma era molto grande e in una brutta posizione, aveva anche già sanguinato, ma l’approccio migliore era risultato essere quello per via angiografica. In parole povere si sarebbe chiuso l’aneurisma dall’interno del vaso, sotto guida radiologica, con l’utilizzo di una piccola spirale. Ne facevamo molti, il radiologo interventista era molto bravo. Un caso complesso, ma non più di molti altri.

Il pomeriggio precedente ero andata personalmente a visitare il paziente per la valutazione preoperatoria. Io sono piuttosto professionale nei colloqui, empatica, ma asciutta, racconto quello che farò, parlando di rischi e benefici, cercando sempre di tranquillizzare il paziente, senza dirgli però che si tratta di una passeggiata. Gli interventi non lo sono mai, quello in particolare. A metà colloquio il paziente scoppia a piangere, un signore di una certa età, che inizia a raccontarmi della sua vita, della sua paura, dei suoi figli. Io ascolto, tranquillizzo, lo calmo, ci salutiamo scherzando.

Il giorno dell’intervento eravamo in due, io e un anestesista anziano, era pomeriggio tardo e ci davamo il cambio in sala angiografica per non prendere troppe radiazioni. Era il mio turno per riposare, per cui, mentre il mio collega, con camice di piombo presidiava il respiratore, io mi sono seduta nella cabina del tecnico. Uno sgabbiotto con pareti di piombo e una vetrata sulla sala operatoria, un grande monitor davanti a me che, in bianco e nero, mi mostrava in diretta l’angiografia cerebrale. Il mio turno stava finendo, ero stanca e affamata e un’ infermiera mi ha passato due mandarini: “Tieni, li ho presi in mensa stamattina, sono buoni.” Era vero, erano molto buoni e profumatissimi.

Mentre sbuccio il secondo mandarino fisso pigramente il monitor per seguire l’intervento.

E’ stato un attimo. All’improvviso lo schermo si è riempito di una prepotente nuvola nera. L’aneurisma è scoppiato, l’arteria lacerata, il cervello si sta riempiendo di sangue.

Sento l’Angiografista gridare:”Cazzo! Cazzo! Cazzo!”, l’Anestesista scattare in piedi, mentre la mia mano, piena di succo profumato, impugna la cornetta del telefono per chiamare il Neurochirurgo: “Corri in sala, dobbiamo aprire.”

Siamo corsi fuori da lì, in ascensore, fino in sala operatoria dove ci aspettavano già pronti, come inseguiti dalla Polizia. Tutto è stato rapido ed efficiente, ma tutti sapevamo che sarebbe stato disperato e inutile. Il paziente era già morto.

Dopo pochi minuti sono venuti a darmi il cambio, quella sera ho lasciato le bambine da mia madre e sono rimasta a casa da sola. Ho pianto, ho pianto moltissimo.

Il mattino dopo sono arrivata al lavoro prima del solito, lucida e diversa. Qualcosa era cambiato. Mi hanno detto che il paziente era andato in morte cerebrale, che forse la famiglia avrebbe donato gli organi.

E’ stato un attimo. Una nuvola nera. Lui era morto e io ero diventata un’Anestesista.

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