Mestiere di merda

Quando mi sono iscritta a Medicina l’ho fatto con le migliori intenzioni: aiutare il prossimo, alleviare le umane sofferenze e, perchè no, trovare una definitiva cura per il cancro. A 19 anni tutto sembra possibile.

Sembrava parimenti allettante fare parte di quella categoria di professionisti fighissimi e rispettabilissimi che, in natura di semidei, dispensavano saggezza e salute. Santo Dio, quanto mi sbagliavo.

Io sono un medico del Servizio Sanitario Nazionale, non per caso, ma per scelta. Sono sempre stata convinta che la salute sia un diritto insindacabile, al quale ciascun cittadino possa accedere liberamente, senza distinzione di reddito o classe sociale. Lo penso ancora, nonostante tutto.

Quello che ho capito, nel corso degli anni, è che il fighissimo mondo della medicina è un vortice che ti mangia. I tempi sono cambiati, l’approccio all’arte medica è cambiato. Oggi le persone si informano, vanno a cercare su internet e pretendono di saperne più di te sulla patologia, come se un video su You Tube o una chat sulla proctologia potesse sostituire anni di studio e lavoro.

Come se non bastasse, la crisi del Sistema Sanitario mi ha presto costretta a capire che, se non assumono e i colleghi anziani vanno in pensione, questo significa che dovrai lavorare di più, oltre l’orario ufficiale, senza che venga garantito il pagamento degli straordinari.

Se, mentre stai lavorando ti chiamano dall’asilo perchè tua figlia ha la febbre, non puoi mollare il paziente attaccato al ventilatore e andartene, dovrai esserti organizzata bene prima, e avere una persona di fiducia che, in qualsiasi momento, possa sostituiti. Ricordo ancora le lacrime di una collega nel raccontarmi che il proprio figlio, 6 anni, dopo aver vomitato a scuola ha dichiarato:” Chiamate mio padre, mamma è molto impegnata con il lavoro”.

Io stessa ricordo bene, come una coltellata, di aver saltato uno spettacolo di Natale di mia figlia a causa di un politrauma arrivato proprio mentre mi stavo cambiando. Senza contare tutti quei giorni in cui, partendo presto e tornando tardi, non vedi i tuoi figli svegli.

Lungi da me fare la vittima, ma queste cose non me le aveva spiegate nessuno all’università. Mi avevano convinto che studiare sarebbe stato sufficiente. Nessuno mi ha mai parlato del senso di colpa verso la tua famiglia, delle ore insonni nascoste sotto montagne di nicotina e caffè, della delusione di non poter scoprire la cura contro il cancro perchè troppo impegnata ad addormentare per toglierlo, il cancro.

Nonostante tutto sono ancora convinta che sia  il mestiere piú bello del mondo. Peccato che sia un mestiere di merda.

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