Il posto più vicino

La Rianimazione non è un reparto come gli altri, è una sorta di Città Proibita degli ospedali. Le porte sono chiuse a chiave, non c’è luce naturale, l’aria è condizionata e filtrata. La stessa luce e temperatura tutto l’anno, di giorno come di notte. C’è sempre personale sveglio in Rianimazione, le terapie e i monitoraggi non si fermano mai. Si entra solo dopo aver suonato il campanello ed essersi presentati. Non è detto che ti facciano entrare. Nessuno entra, ma nessuno esce. Gli infermieri passano anche 8 ore di fila senza mettere il naso fuori da quei pochi metri quadri, gli OSS godono di qualche libertà in più, portano esami e richieste nei reparti, i medici si muovono da lì solo se chiamati per qualche urgenza. In buona sostanza non si entra e non si esce, se non per qualche buon motivo.

Io lavoro in una Rianimazione Aperta, cioè i parenti dei pazienti possono stare, non più di 2 al giorno, vicino al letto del loro caro dalle 14 alle 19. Un vero lusso, nelle Rianimazioni classiche si può stare solo per mezz’ora, due volte al giorno. Studi recenti hanno, però, dimostrato che la vicinanza degli affetti migliora la prognosi dei pazienti ed è di grande conforto per la famiglia, nei casi in cui la prognosi sia chiaramente infausta.

In questi anni ho potuto osservare le tipologie di parenti più varie. Nella maggior parte dei casi si avvicinano al paziente con fare circospetto e spaventato. Loro stessi sono protetti da camici, guanti e calzari e l’intimità fisica che, normalmente, avevano con il paziente è inevitabilmente filtrata dalla situazione e dai presidi. La persona che nella vita di tutti i giorni toccavano e abbracciavano è ora resa distante dalla malattia, dal ventilatore, dai cateteri. Restano seduti lì vicino senza osare toccare o sfiorare. Guardano con orrore tubi e fili, spesso sperando che l’orario di visita finisca presto. Quella nel letto non è la persona che conoscevano e loro non possono farci nulla, se non testimoniarne la malattia.

Le mamme sono diverse, loro se ne fregano, baciano, toccano, accarezzano. Quelli sono comunque figli loro, poco importa che cosa abbia fatto loro la malattia o la medicina.

Mi ricordo la madre di un povero ragazzo, che in seguito ad una overdose andò in arresto cardiaco e nel giro di pochi giorni in morte cerebrale. I genitori restavano di fianco al letto per tutto il tempo consentito e, a fine giornata, alcuni parenti premurosi li portavano a casa loro per non farli restare da soli. La madre di notte scappava e, non so come, raggiungeva l’ospedale. Suonava alle ore più buie, sapendo di trovarci svegli. Noi aprivamo, lei entrava e stava vicino al figlio finchè i parenti non scoprivano la fuga e venivano a riprenderla. Ha fatto così ogni notte. Noi le aprivamo e lei restava lì in silenzio, fino alla morte.

Fuori dalla mia Rianimazione ci sono due panche di plastica dura, servono per far sedere i parenti in attesa di entrare, sono parecchio brutte e molto scomode. La scorsa settimana abbiamo ricoverato di notte un ragazzino investito da un’auto sulla via di casa. Tutto sommato, considerata la botta, se l’era cavata abbastanza bene. Nessuna lesione vitale, bisognava solo aspettare un paio di giorni e tenerlo in osservazione intubato e monitorizzato. La mattina successiva al suo ricovero ero di turno per tutto il giorno. Era stato un turno frenetico, chiamate continue, con conseguenti andirivieni dalla Rianimazione al Pronto soccorso. Alla quarta uscita ho finalmente notato due persone sedute sulla panchina fuori dal reparto. Erano le 10 del mattino, mancavano 4 ore all’ingresso dei parenti.

“Cercate qualcuno?”

“Siamo i genitori di Federico.”

“Capisco, ma manca ancora un sacco di tempo prima del l’orario delle visite. State tranquilli, sta bene. Stare qui sulla panca non serve a niente. Andate a fare due passi, a bere un caffè.”

Rispose la madre:”Lo sappiamo dottoressa, non vogliamo entrare prima. Questo è il posto più vicino a nostro figlio in cui possiamo stare. Se gli capitasse qualcosa in queste ore non potremmo tenergli la mano e allora stiamo qui. Nel posto più vicino.”

“Va bene, state qui. Il caffè ve lo porto io.”.

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