Un lavoro prestigioso

Sembra quasi che io abbia preso come missione demolire i romantici luoghi comuni su medici e medicina, in realtà vorrei solo raccontarvi di come questo lavoro non sia una avventurosa fiction con medici atletici che salvano vite in eroici modi, mentre dottoresse strafighe formulano brillanti diagnosi senza sbavarsi il trucco. Non è così, non è così per un cazzo.

Se dovessi definire in un termine l’equipe di una sala operatoria, direi che siamo una sorta di famiglia disfunzionale. Tutti noi, a turno, a volte nell’arco di una stessa giornata, siamo il figlio adolescente ribelle, la zia zitella isterica, il padre padrone, il nonno buono. Non è più, da molti anni, un lavoro prestigioso e stimato. Siamo pochi, mal pagati e sotto stress continuo, dai pazienti, dai parenti, dall’amministrazione che pretende e non ripaga. Brutti, sporchi e cattivi.

Spesso, quando il paziente ormai dorme, si può assistere a vere e proprie cavallerie rusticane, scatenate da turni non rispettati, tempistiche forzate, giochi delle tre carte in cui cambi la disposizione velocemente, ma il risultato non cambia: perdi sempre.

Non è raro, in una sala operatoria, dopo ore di interventi, quando ormai la caffeinemia ti ha fatto raggiungere il livello di aggressività di Pol Pot, assistere a conversazioni come questa:

“Posso iniziare?”

“Ti ho detto di sì”

“Sei sicura?”

“Se non ti fidi puoi slavarti e venire a fare il mio mestiere, così vado a casa”

“Stronza”

“Mi ami per questo”

“No, è per il tuo rossetto rosso”

E via discorrendo. Siamo tutti stanchi e camminiamo sul filo tra la crisi di nervi e la risata fragorosa. Il paziente è l’unica cosa che ci mantiene concentrati e uniti. In una sala operatoria si può litigare come Erinni inferocite, ci si insulta, ricatta e maledice, poi si passa alle carezze sulla testa, alle pacche sulle spalle, ai sorrisi di stima. Viene anche il momento in cui l’anestesista, unico non sterile, chiama la moglie del chirurgo per dirle che tarderà per cena. Anche questa sera. Poi, lo stesso chirurgo,visiterà tua figlia che ha mal di pancia il sabato mattina. Lo stesso chirurgo e lo stesso anestesista che fino a cinque minuti prima si sono mandati affanculo.

E dopo tutto questo teatro di rabbia e stima l’intervento finisce, il paziente si sveglia, è vivo, sta bene, il problema chirurgico è risolto e torna in camera, sollevato e senza dolore.

Mentre gli infermieri sistemano la sala operatoria io, di solito, vado a preparare il caffè e il chirurgo ravana, nel fondo della dispensa, per trovare un pacchetto di biscotti rinsecchiti o una monoporzione di marmellata acquosa. Ci dividiamo il bottino sul tavolo di formica della cucina, da bravi fratelli.

Tutte le sedute operatorie finiscono con la stessa frase:

“Comunque, grazie Paola”

“No, grazie a te”

E da domani si ricomincia.

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