La Paura

Nei post precedenti vi ho raccontato di come gli interventi chirurgici siano paragonabili a rappresentazioni teatrali, dove ciascuno conosce ruolo e battute di un copione ripetuto ogni giorno. Quello che, però, vi ho nascosto è il ruolo della vera protagonista dello spettacolo: la Paura.

Esiste la Paura dichiarata, quella del paziente e dei parenti. Tutti ne sono avvolti e mangiati, ma nessuno vuole esporla e, come i bari a poker, fingono gli uni con gli altri. Il paziente sfoggia una sicurezza quasi baldanzosa, spesso minimizza: “Ma sì, è una scemenza, andate a casa, vi chiamo poi quando torno in camera.” Gli altri rincarano la dose con aneddoti più o meno reali:”Ti ricordi che anche lo zio aveva fatto la stessa operazione? Ha detto che non se n’è neanche accorto e al risveglio si è pure arrabbiato: Ma come? Non mi operate?” E via, risate fragorose alle spalle dello zio rincoglionito.

Sotto quelle risate Lei, però, serpeggia, e dietro quei muri di denti sorridenti si intravede il dubbio: E se non mi sveglio? E se sbagliano qualcosa? E se muoio? E se muore?

Ma non è quello il momento per calare le braghe e, alla fine, si saluta il paziente che entra in sala con grandi sorrisi, mentre lungo la schiena sale un brivido, un dubbio, quello di essersi salutati per l’ultima volta.

Tutto questo è ciò che capita negli interventi di routine, in urgenza è tutta un’altra faccenda. Quando si viene portati di corsa in sala operatoria per un intervento urgente non c’è tempo di alzare barricate di convenzioni e ipocrisie e la Paura esplode, in tutti. Il malato è troppo coinvolto, spesso molto sofferente, a volte quasi incosciente o confuso. La sua paura non è quasi mai detta , ma espressa dal corpo, tramite cuore, respiro e sistema adrenergico, che nel frattempo, però, sta anche combattendo per tenere stabili i parametri vitali. Un corto circuito in una macchina lanciata a tutta la velocità e qui c’è poco da dire: la Paura gliela leggi negli occhi, sono fatti di Paura e tu non puoi fare altro che dire:”Tranquillo, respira, ora dormi e non senti più il male.”

I parenti che lasci fuori dalla porta sono fatti di un misto di Paura e Impotenza. Possono arrivare solo fino alla porta antipanico (nome appropriato in questo caso), a volte riescono a salutare il loro parente velocemente, a volte nemmeno quello. Non pensate che in queste situazioni ci siano scene da film americano, con coniugi che riscoprono l’amore che li lega e, tenendosi per mano, si rinnovano le promesse matrimoniali, o che genitori e figli in lite da anni si riavvicinino con un sottofondo musicale commovente.

No, non c’è tempo.

Si cerca sempre di farli salutare, di farli guardare negli occhi, niente di più. Potrebbe essere davvero l’ultima volta che si vedono da vivi, loro lo sanno, ma non lo dicono. E’ una sensazione che si sentono addosso. E’ la Paura.

Poi la porta si chiude e la persona che amano è in mani che non avevano mai visto prima e fanno il più grande atto di coraggio che si possa fare: si fidano. E piangono.

Il paziente, spesso in questi casi, è talmente grave e talmente sedato di preanestesia da rendersi conto solo relativamente di ciò che sta accadendo. Questo è un effetto voluto, per controllare meglio i parametri vitali e per attutire i cattivi ricordi.

Non pensiate che gli operatori ne siano immuni. La Paura non ci molla mai, abbiamo solo imparato a gestirla. I ferristi aprono i ferri e li rovesciano sul tavolo in un frastuono di metallo, spesso i chirurghi li aiutano, voi penserete a un caos disordinato, ma non è così, ogni oggetto ha un posto e lì verrà messo. L’anestesista e l’infermiere collegano il monitor, aprono la flebo, iniettano farmaci velocemente.

Ciascuno ha lo stesso pensiero in testa, coniugato in modi diversi: non fare il morto sul tavolo.

Vi sembrerà un’ espressione poco poetica, addirittura irrispettosa. Non è così, non è questo l’intento, è solo la ferrea volontà di ingannare la Paura e provare a rubare alla Morte chi sembra ormai nelle sue mani.

L’anestesista spera sia facile da intubare, che non ci siano reazioni anafilattiche, che la pressione regga, che non crolli all’induzione. Il chirurgo spera di trovare ciò che si aspetta, che non ci siano sorprese, che riesca a risolvere il problema. Gli infermieri contano e ricontano ferri e garze, perchè la conta possa tornare alla fine, che non manchi niente all’appello. E le chiamate al Centro Trasfusionale, le corse al Laboratorio Analisi, le sacche di sangue da controllare, la macchina dell’emorecupero che funzioni e non si inchiodi.

C’è chi alza la voce, chi si muove in fretta con agitazione.

Io, quando ho paura, mi congelo.

Congelo pensieri e movimenti, parlo poco, a voce bassa, costringendo chi mi circonda ad abbassare i toni, compio solo i gesti essenziali, cerco di far calare la Calma. Per concentrarmi ho bisogno di silenzio. Ho bisogno di silenzio per poter ascoltare tutto: il monitor che ha suoni diversi per ogni paramentro che misura, con frequenze diverse a seconda dei valori e io devo sapere cosa succede senza guardarlo, perchè sono impegnata con le mani su altro. Devo avere la certezza che chi mi sta aiutando mi capisca e faccia ciò che chiedo, come e quando lo chiedo. Ho bisogno che tutti siano concentrati e che non si facciano soppraffare dalla Paura. Lei c’è, è lì che ci guarda, ma non bisogna permettere che lavori per noi.

Poi l’intervento inizia e io resto in piedi. Ormai le mie infermiere lo sanno e non mi chiedono nemmeno più se voglio uno sgabello. Resto in piedi, dietro la testa del paziente, guardo e sento tutto.

E dondolo.

Dondolo sulle punte dei piedi come un metronomo e finchè non siamo vicini alla soluzione continuo la mia danza.

Alla fine tutto prosegue, spesso va a finire bene, altre volte l’intervento si complica e bisogna lavorare sodo, ma tutti gli interventi finiscono, i pazienti si svegliano, altre volte si portano in Rianimazione.

Io smetto di dondolare, i ferristi chiudono i conti, i chirughi buttano i guanti nel cestino ed escono a parlare con i parenti, a dir loro che glielo restituiranno a breve, che tra poco sarà di nuovo loro. Che abbiamo rispettato il patto di fiducia anche questa volta.

La Paura sbuffa e si siede. Ci vediamo la prossima volta.

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