Apri grande grande la bocca

Uno dei motivi per cui amo il mio lavoro è che i miei pazienti non parlano, o meglio, se lo fanno, lo fanno per pochi minuti. Poi dormono.

Questo fa di me una sociopatica, lo so, ma infatti ho scelto di fare l’anestesista e non lo psicoterapeuta.

La scarsa capacità di relazionarsi con i pazienti svegli è però comune a tutti gli anestesisti, motivo per cui, ogni mese, ci si gioca ai dadi i turni in ambulatorio. Si arriva anche al punto di un vero e proprio mercato nero:”Ti faccio la sala di chirurgia, in cambio dell’ambulatorio.” La sala di chirurgia inizia alle 7,30, l’ambulatorio alle 8,30, potete facilmente dedurre come noi madri con figli da portare a scuola, siamo ricattabilissime e spesso cediamo alla tentazione dei colleghi più vecchi. Alla fine in ambulatorio ci andiamo sempre noi.

Capiamoci, l’anamnesi è un momento fondamentale del percorso diagnostico-terapeutico, se fosse possibile fare un colloquio con il paziente in tutta serenità. Non è così.

Anni di malainformazione hanno prodotto pazienti sospettosi e restii a concedersi. Spesso arrivano da noi dopo aver fatto tutto il percorso chirurgico, dove è stata individuata la patologia e proposta la soluzione chirurgica. Non si fidano ugualmente. Nella maggior parte dei casi entrano in ambulatorio con aria circospetta.

“Buongiorno, sono l’anestesista, di cosa deve essere operato?”

“Eh, se non lo sa lei!”

Ma come, cazzo, devono aprire te, non me, saprai ben cosa ti devono fare!

Allora scartabello la cartella, trovo il foglio del chirurgo: ipertrofia prostatica!

“Devono toglierle la prostata giusto?”

“Eh, mi han detto così”

“Guardi che son l’anestesista e non la Digos, può parlarmi liberamente.”

Di solito a quel punto si rilassano.

“Le han detto se la tagliano o passano da sotto?”

“Da sotto?”

“Sì, dal pene.”

“…”

“Dall’uccello, dal pisello, da sotto senza tagliare la pancia!”

“Ah, sì, da sotto, da sotto!”.

Ok, abbiamo capito che l’intervento sarà per via endoscopica, ed è già qualcosa, poi si passa all’anamnesi vera e propria, che raggiunge l’apice di incomprensione alla terapia farmacologica.

“Prende pastiglie tutti i giorni per qualche motivo?”

“Sì, quella piccola piccola blu al mattino, poi quella grossa dopo pranzo, poi quelle per la diabete e le ultime due, quelle della scatola verde, alla sera per il sangue.”

Bene, ottimo, ricominciamo.

In questi casi si aprono diverse opzioni: i pazienti maschi accompagnati dalla moglie nevrotica, guardano la coniuge che, con aria trionfale, estrae uno schema scritto in bella calligrafia con tutte le compresse divise per orario, principio attivo e dosaggio. Questi potrebbero, potenzialmente, essere avvelenati dalla moglie in tutta scioltezza.

Ci sono, poi, quelli che arrivano con il foglio del medico di base, che in ordinati A4 ha stampato un’anamnesi che va dalla nascita al giorno precedente, compresi interventi, terapie, sacramenti e squadra del cuore. C’è da leggere per una mezz’ora, ma almeno non si sbaglia.

Ci sono quelli che custodiscono nel portafogli i ritagli delle scatole di farmaci e anche quello va bene, basta che si riesca a risalire, anche solo vagamente, a terapie e patologie correlate.

Superato lo scoglio dei farmaci si passa agli interventi: “E’ mai stato operato?”

Anche qui la differenza tra i sessi è notevole, gli uomini, soprattuto oltre una certa età, tendono a minimizzare. “Ma, sì, l’anno scorso ho fatto tre by pass al cuore, poi le due protesi d’anca, l’aneurisma, mi hanno svuotato un ematoma in testa e mi hanno ripulito le carotidi.” Apperò, e sei ancora qui?

Le donne, soprattuto se di mezza età, si trasformano in Duse aggrappate alle tende:”Oh, dottoressa, non mi faccia parlare, ho fatto due cesarei e l’appendice da ragazza.” E ti lamenti?

Zoppicando la visita procede, si passa all’esame obiettivo e lì siamo nel mio territorio: tu taci e io ascolto il tuo corpo. Lì siamo a casa mia e non mi fotti.

Poi la classica domanda, quella che tutti gli anestesisti vi faranno e voi non capirete il perchè: “Apri grande grande la bocca.”

Voi aprirete e penserete che vi guardi la gola, non è così, guarda l’anatomia dell’orofaringe. Esiste una correlazione tra quella e l’anatomia del piano glottico. Guardandovi in bocca sappiamo se sarà difficile intubarvi, se, nel delicato momento del decollo riusciremo, dopo avervi paralizzati, a mettervi il tubo per farvi respirare. La vostra bocca aperta ci dice se e quanto triboleremo in quel momento, ma, comunque sia, aprendola, ci permettete di essere preparati ad ogni evenienza. Dite la verità, non sapevate quanto la vostra bocca avesse davvero l’oro dentro.

I più temibili, però, sono i pazienti giovani, tra i 30 e i 50 anni, che nei giorni precedenti hanno googolato come pazzi su tutti i siti possibili, tranne quelli veramente scientifici, sulla loro patologia. Sbattono sul tavolo risme intere di stampati e a suon di:”Ho letto che… Wikipedia dice che…” pretendono di insegnarti il mestiere. Io ascolto tutto e guardo tutto e, poi, da vera stronza concludo:”Guardi, la valenza scientifica di queste cose è pari a zero, sta a lei se credere a Dottor Google o a me che, non ci crederà, ho studiato tutta la vita queste cose.”. E parto nella descrizione delle vere percentuali e statistiche del caso.

Alla fine della battaglia il risultato è sempre, più o meno lo stesso, la paura è superata, i muri sono crollati, non saremo diventati amici, ma almeno hanno imparato a fidarsi.

“Va bene dottoressa, ci sarà lei il giorno dell’intervento?”

“Sì, mi riconoscerà, sarò quella con la cuffietta rossa.”

 

 

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