Il paziente Stefano Cucchi

Oggi hanno annunciato la sentenza del caso Cucchi. Condannati per omicidio colposo i sei medici che l’hanno avuto in cura presso l’Ospedale Sandro Pertini, assolti gli infermieri e gli agenti penitenziari.

Andate a cercarvi i particolari, se volete, io qui, oggi, vorrei provare a fare con voi alcune riflessioni più ampie su questa vicenda. Mi costa molta fatica ragionare con distacco, farò il possibile per non difendere a spada tratta i colleghi coinvolti, chiedo a voi una fatica simile: quella di non cedere alla facile seduzione di gridare “Malasanità” o “Assassini!”.

Non sarà facile, nè per me, nè per voi, ma possiamo provarci insieme.

Io vivo di Assistenza Sanitaria e conosco i suoi complessi meccanismi, nel merito del resto della vicenda non voglio nemmeno entrare. Parliamo del paziente Stefano Cucchi, che viene ricoverato nel braccio penitenziario dell’Ospedale Sandro Pertini, per malore insorto durante la detenzione, un paziente con lesioni personali.

Le conseguenze delle lesioni erano tali da rendere necessario il ricovero, ma in un reparto normale, non erano necessari supporti invasivi alle funzioni vitali in regime intensivo o subintensivo. Insomma, per un paziente come lui la corsia viene giudicata essere il posto più adatto.

Il paziente Cucchi era un tossicodipendente e, come spesso accade in questi pazienti, in stato di malnutrizione.

Io non so se voi avete idea di che cosa significhi lavorare con questo tipo di pazienti. Io sì.

Molto spesso sono scarsamente collaboranti con la terapia e con il personale. Non vogliono stare lì, sono aggressivi e tutto ciò che desiderano è che gli vengano somministrati sedativi (spesso sono loro stessi a dirti principi attivi e dosaggi, senza sbagliare). Se poi non riesci a embricare bene i farmaci vanno in crisi di astinenza e lì è assai difficile tenerli sotto controllo. Un reparto normale non è la Rianimazione, dove li puoi imbottire come tacchini, senza grossi problemi, questi sono svegli, sono giovani e sono in astinenza. Alcuni di questi gironzolano in cerca di qualcosa da rubacchiare, ma soprattutto della cassaforte degli stupefacenti. Non sono pazienti facili.

Io non so come fosse Stefano Cucchi paziente, non l’ho visto e non ho letto le cartelle cliniche. Dubito che fosse di questa tipologia. Troppo denutrito e compromesso fisicamente per poter essere così aggressivo. E’ assai probabile che si limitasse a stare nel suo letto, scarsamente collaborativo e non problematico.

Viene naturale e spontaneo con questi pazienti farsi prendere dalla frustrazione e dalla rabbia: ” ‘Sti rompicoglioni! Cercano di ammazzarsi tutti i giorni e poi vengono qui e rompono le palle che non vogliono fare questo e fare quello. Ma che tornassero da dove sono venuti”.

Per una volta che ce n’è uno che non caga il cazzo lo lasci lì.

Non vuoi le terapie? Non prenderle!

Vuoi dormire? Dormi!

Succede, ma qui sta l’errore.

Potete ben immaginare quanto i pazienti siano diversi e di diverso impegno per noi, sia fisico, sia psicologico. Non tutti i pazienti sono educati, puliti e intelligenti. I pazienti sono anche arroganti, sporchi, ignoranti e terribilmente cagacazzo.

Ma noi abbiamo giurato di curarli tutti.

Anche i più antipatici e puzzolenti, anche quelli che nella vita normale non toccheremmo con la punta dell’ombrello. Ora sono lì, sono tra le tue cure e tu te ne devi occupare sempre al meglio.

Io non so se Stefano Cucchi sia morto per incuria e imperizia o per lo spegnimento fisiologico di un fisico troppo debilitato per guarire. Una sentenza parla di omicidio colposo.

Quello che so è che i pazienti giungono in Ospedale per le conseguenze di un qualcosa che è successo fuori dall’Ospedale e, così come noi medici non seminiamo il cancro e non diffondiamo la polmonite, così non provochiamo traumi.

Noi medici sbagliamo per incapacità, incuria e imperizia. Quando questo succede ed è provato, è giusto che venga punito.

Ho, però, ancora un dubbio.

In medicina esiste una cosa che si chiama Epicrisi. E’ la catena dei tre eventi conseguenti che portano alla morte del paziente. Quando si compila il foglio ISTAT del decesso, bisogna compilare queste tre voci: Causa Iniziale, Causa Intermedia e Causa Finale, una coseguente all’altra. Se io dovessi compilare un’immaginaria e non scientifica epicrisi di questo paziente compilerei: Lesioni, assistenza insufficiente alle conseguenze delle lesioni, arresto cardio respiratorio.

Dalla Magistratura è stata definita e punita la Causa Intermedia. Mi chiedo che fine abbia fatto la Causa Principale, in assenza della quale la catena non sarebbe partita.

Quando oggi ho letto la sentenza ho provato, all’inizio, molta rabbia, poi rassegnazione, poi consapevolezza.

Perchè è così: tu medico ti trovi a gestire e provare a risolvere i danni causati da altro (malattia, lesioni, incidenti stradali) e, anche se non sei tu la causa, diventi tu il mezzo, il viatico per uscirne e siccome hai deciso tu di fare questo lavoro, lo devi fare sempre al meglio, senza errori, senza scazzi, senza pregiudizi. Se ti giri dall’altra parte perchè ti hanno rotto i coglioni hai tradito, hai fallito, sei fuori. Le regole sono queste e non si scappa, anche se è difficile da mandare giù, perchè magari un altro milione di volte sei stato in gamba e hai fatto un buon lavoro.

Perchè il punto fondamentale è uno solo: il paziente Stefano Cucchi aveva deciso di adottare uno stile di vita che poteva compromettere la sua salute e, di conseguenza, la sua vita, ma era suo diritto farlo, senza per questo rinunciare ad altri diritti, come quello alla cura.

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