Caffè e sigaretta

Il Rianimatore di notte è quello che sta nella sua Rianimazione a badare ai propri scassatissimi pazienti, ma è anche quello che risponde alle chiamate urgenti da tutti i reparti e dal Pronto Soccorso.

Io lavoro in un ospedalino, lo sapete, di notte c’è solo un Rianimatore all’interno e uno reperibile da casa. La scorsa notte era di guardia la mia amica e io reperibile. Sono stata chiamata subito, alle 20: “Paola, stiamo andando in sala, vieni giù.”. Eh, che due palle, arrivo.

Faccio il mio intervento, alla fine mando la mia paziente a morire in reparto, molto spesso è così, facciamo interventi solo per togliere il dolore al paziente, sapendo di non risolvere il problema, ma già morire senza dolore è qualcosa. Alle volte ci accontentiamo del qualcosa.

Torno in Rianimazione, la mia collega, con reparto pieno di malati, sta rispondendo a tre chiamate contemporaneamente, è normale dire:”Vai a fare le consulenze, mi fermo qui io finchè non hai finito.”

Sto mangiando uno joghurt (la mia cena), quando arriva la fatidica chiamata:”Anestesista in Pronto, paziente pediatrico:”

Corro, con zaino, farmaci e la cena che ancora mi gira in bocca.

Arrivo, brutta situazione, parlo con il pediatra, intubo, mi organizzo per partire in ambulanza verso l’ospedale pediatrico di riferimento.

Arriva la mia collega, mi aiuta, organizziamo tutto. Non ho ancora inghiottito lo joghurt che già parto a sirene spiegate.

Il viaggio va bene, lo consegnamo in buone mani e torniamo a casa: io, il pediatra e l’infermiere, attraversando nella notte la regione addormentata.

 Al mio rientro in Pronto trovo la collega che massaggia un pover’uomo in arresto cardiaco. “Cazzo, ma non posso lasciarti da sola un attimo!”

“Vaffanculo e fammi l’atropina”.

La faccio, andiamo avanti, il paziente riparte.

Passa il Chirurgo:”Ragazze preparatevi, stasera c’è la Notte Bianca, tra un po’ arrivano gli ubriachi e le vittime delle risse.”

Bene, avanti, c’è posto. 

Irrompe in camera l’Internista:”Non parlatemi di ubriachi, c’è di là un camionista che ha rovesciato il camion, con una alcoolemia che potrebbe entrare nei guinness. Solo che ride come un matto, non si è mica reso conto che ha fatto un danno da un milione di euro.”.

Mentre stiamo calcolando il valore di un camion carico di merce, suona il campanello del Pronto. La festa è finita, stanno arrivando i residuati della Notte Bianca.

Pazienti di ogni fascia d’età stanno vomitando in ogni angolo del Pronto Soccorso. Gli è andata male, stanotte non ci sono le infermiere donne, con spiccato senso materno, ma solo infermieri uomini, grandi, grossi e incazzati. Mente fanno triage infilano le teste nei cestini per vomitare. Il primo che alza la voce si sente rispondere a male parole:”Vedi di non rompere i coglioni o chiamo i Carabinieri prima dei tuoi genitori”. Sembra un girone dantesco. Quello delle teste di cazzo.

Li sistemiamo tutti, i minorenni in pediatria, quelli di cui rintracciamo i genitori vengono rimandati a casa, gli altri stazionano sulle barelle, girati su un fianco, con un cestino sotto dove vomitare.

Ad un certo punto risuona il campanello. Cazzo, sono le 4 e siamo in un posto dimenticato da Dio, che cazzo deve succedere ancora? 

Le cubiste.

Nella foga della performance una cubista è caduta dal cubo, rompendosi il naso, la sua collega l’accompagna. Come in un sogno, o in un incubo, due strafighe di due metri attraversano il Pronto Soccorso foderato di vomito. Ma che gliene frega a loro, i tacchi 15 le pongono al riparo da qualsiasi cosa.

Il Chirurgo non sembra credere ai suoi occhi, troppa grazia dopo una nottata così di merda. Noi Rianimatrici e l’Internista le guardiamo con stima: io in quel vestito lì non ci sarei entrata nemmeno a 12 anni.

Finisce la visita, le figone leggiadre se ne vanno come sono entrate, con ghiaccio, antidolorifici e una visita dall’Otorino il giorno dopo. Se è fortunato, quell’Otorino sarà mio marito. 

Incrociamo il Chirurgo in corridoio:”Ragazze, ma che ci fate ancora qui?”.

“Stiamo aspettando gli enzimi cardiaci di quello che è andato in arresto, poi tornando in ambulanza ho comprato le sigarette anche per te”

“Non è vero, bel chirurgone, stiamo aspettando te, le strafighe sono andate via e ti restiamo noi, quelle della Mutua: il generico delle strafighe.”

“Non chiedo di meglio, l’Internista ha preparato il caffè, andiamo a prenderlo.”

Irrompe l’infermiere:”Il camionista si è ripreso, gli è passata la sbronza.”

“Come fai a dirlo?”

“Ha smesso di ridere, sta piangendo come un bambino.”

Possiamo dimetterlo, ma dopo il caffè.

Entriamo in cucina e ci sediamo a quel tavolo di formica come se fosse un altare. Sono le 6 del mattino, c’è chi beve il caffè per svegliarsi, a quest’ora, o chi, come noi, lo beve per non addormentarsi in questi scampoli di turno che restano.

“Vuoi lo zucchero?”

“Sì, grazie, prendi l’accendino.”

Scende un silenzio che sa di pace, profumata di caffè, anche in questo angolo sfigato di mondo.

Che a volte sembra un circo.

Che a volte sembra l’Inferno.

 

 

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