Noi pochi. Noi felici pochi.

Enrico V è una delle opere di Shakespeare che preferisco. Non mi ha rubato il cuore come La Tempesta o Re Lear, ma ci sono alcuni monologhi che dovrebbero essere imparati a memoria fin dalle elementari, altro che Cavallina storna…

La parte che preferisco è il famoso monologo che Enrico rivolge al cugino Westmoreland, alla vigilia della battaglia di Agincourt. Ve la faccio breve: la truppa di Enrico è composta da un manipolo di uomini stanchi, affamati e demotivati convinti di andare incontro a morte certa nell’affrontare le truppe francesi, fresche, riposate e soprattutto in superiorità numerica di circa 5 volte tanto.

Enrico è il primo a rendersi conto che stanno andando tutti verso morte certa, ma una morte con significato, una morte gloriosa riservata a pochi coraggiosi, pochi felici che verranno celebrati nei racconti di coloro che sopravviveranno. Invita i vigliacchi ad andarsene, darà anche loro qualche spicciolo per favorirne la fuga, perchè la battaglia che sta per iniziare è per pochi coraggiosi, pochi sconosciuti che stanno per diventare fratelli di sangue, fratelli nel sangue e i loro nomi saranno ricordati per sempre.

Ora, se volete un consiglio, se non conoscete quest’opera uscite immediatamente a comprarla, altrimenti potete ripiegare sulla commovente edizione cinematografica del 1989 con un ispirato Kenneth Branagh nel ruolo di Enrico V.

Non avete le allucinazioni, questo blog non si è trasformato da medico a letterario, è solo che spesso, nei momenti critici, mi rifugio nei libri in cerca di ispirazione e spunti.

Negli ultimi mesi la situazione della Sanità pubblica sta precipitando, sembra quasi che una settimana dopo l’altra le cose stiano velocemente rotolando verso un precipizio. Una corsa senza nessun possibile esito che lo schianto. Quello fragoroso. Quello che fa male.

E’ in corso un processo di dequalificazione dei piccoli ospedali pubblici. I piccoli centri stanno letteralmente chiudendo, ma anche i centri di medie dimensioni, come quello in cui lavoro, con tutti i principali reparti e una piccola Rianimazione, stanno morendo di morte lenta. Una morte fatta di cavilli burocratici secondo cui non siamo più certificati per fare le medesime prestazioni che abbiamo sempre garantito. Aumentano esponenzialmente gli esami che il nostro laboratorio non può più eseguire, ma deve mandare al centro provinciale. Se un macchinario si rompe non viene più riparato, ma semplicemente tutti i pazienti che potevano beneficiare di quel macchinario vengono indirizzati versi i centri più grandi. Se chiediamo nuovo personale per proporre nuovi e più efficienti servizi non solo questo ci viene negato, ma ci vengono chiusi anche i servizi già esistenti.

La chiamano Centralizzazione della Sanità.

Per noi significa la morte del nostro lavoro, così come lo conosciamo.

Siamo perfettamente consci di ciò che sta accadendo, ma non ci arrendiamo. I nostri capi sono stufi di scrivere lettere di proteste o richieste che, dopo essere state protocollate, vengono usate per pareggiare i tavoli. Noi, in numero sempre minore, continuiamo a garantire gli stessi servizi facendo turni massacranti. E anche noi siamo stanchi. Stanchi di arrivare al venerdì sera con la sola voglia di restare sul divano fino a lunedì mattina, con la sensazione che anche un giro in bici con i figli sia una faticaccia insostenibile. Stanchi di avere la cosapevolezza che le ferie siano una colpa da scontare, a suon di turni insensati, prima della partenza e dopo il ritorno.

Questo è il risultato di una politica gestionale scellerata, che non ha mai pensato di valorizzare, ma solo di spremere le risorse, cercando di spendere il meno possibile e guadagnare il massimo. Salvo poi buttare la buccia del limone dopo averne fatto uscire anche l’ultima goccia. Il nostro lavoro di questi anni non è mai stato considerato come professionale o etico, ma come una ottusa marcia di animali da soma, che riescono a garantire i medesimi servizi con 17, 15 o 12 unità.

Siamo al punto di non ritorno.

E’ arrivato il momento in cui dobbiamo fare quadrato e smetterla di aggredirci tra di noi, come cani randagi con l’osso. E’ venuto il momento di far capire a chi sta dietro le scrivanie che gli ospedali vanno avanti non grazie a loro, ma grazie a professionisti disposti a stare in un Pronto Soccorso, o in un reparto, giorno e notte. Ore passate ad ascoltare, toccare, sentire, provare a curare.

E’ il nostro lavoro e vogliamo continuare al farlo nelle migliori condizioni possibili.

Ormai le riunioni straordinarie sono all’ordine del giorno, riunioni durante le quali si cerca di fronteggiare le difficoltà crescenti, le carenze di personale incolmabili, dove si cerca di mettere una pezza laddove di stoffa non ce n’è più. Da tempo.

Siamo stanchi, pochi e demotivati, come gli uomini di Enrico V e stiamo andando incontro a una fine certa. Ma vi andremo incontro a testa alta. 

Vi lascio l’entusiasmante monologo, ormai lo ascolto ogni giorno, fatelo con me.

La mia natura sostanzialmente nerd, però, mi fa ricordare anche Aragorn, il re vagabondo del Signore degli Anelli, che fuori dalla Porta Nera di Mordor incita il Popolo degli Uomini ad affrontare Orchi e Uruk-hai solo con la forza del proprio coraggio.

Perdonatemi la sciocca rivisitazione.

Verrà il giorno in cui i medici ospedalieri verranno sconfitti, ma non è questo il giorno.

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