Perchè donare organi e tessuti

Tra i vari compiti del Rianimatore esiste quello di diagnosticare l’eventuale Morte Encefalica (ME) di un paziente. Si tratta di un processo particolare molto ben definito dalla Legge e che porta, in alcuni casi, alla donazione di organi e tessuti. Ma procediamo con ordine.

L’uomo muore da sempre nello stesso modo, solo che ora possiamo identificare l’inizio del processo, quando questo diviene irreversibile. Benchè il cuore sia da sempre considerato l’organo nobile per eccellenza, la morte avviene quando muore il nostro cervello, ovvero quando cessano irreversibilmente tutte le funzioni dell’encefalo. La scienza e la tecnologia, oggi, ci permettono di capire quando questo avviene e con quali criteri, clinici e strumentali, possiamo dichiarare la ME del nostro paziente, tramite un flusso operativo determinato per Legge.

Finito il pippone medico-legale ora vi vorrei raccontare di che cosa succede, davvero, in una Rianimazione quando un paziente va in ME e se, a questa diagnosi, segue il consenso dei famigliari al prelievo multiorgano.

Anni di esperienza e criteri clinici ci fanno intuire i casi in cui un paziente probabilmente morirà cerebralmente. Si tratta di pazienti che, per motivi diversi (accidenti cerebro-vascolari, gravi traumi cranici o altro) hanno subito un danno cerebrale talmente imponente da aver distrutto le cellule cerebrali, al punto da causarne una cessazione completa e irreversibile di tutte le attività. E’ importante capire quando questo fenomeno ha inizio, perchè, più precoce e tempestiva è la diagnosi, maggiori possibilità ci sono che, qualora si ottenesse il consenso, si possa effettuare un prelievo multiorgano.

Capiamoci: detto così pare che facciamo gli avvoltoi, invece la questione è un’altra. Il paziente che va in ME è morto. Morto perchè il vero capo, il cervello, è morto. Il fatto che il cuore batta e che, quindi, ci sia ancora, per qualche ora, una pressione arteriosa, non significa nulla. Il cuore per qualche ora fa ancora un po’ che cazzo vuole, anche in morte, così come ha fatto in vita. Poi cede anche lui, si arresta e la pressione si azzera. Benchè se la tiri da gran sovrano, il cuore è solo una pompa, quella che garantisce il fluire del sangue nei nostri organi. Essendo il sangue il nutrimento di tutti i distretti, organi e tessuti, il cuore pompando nutrimento in periferia contribuisce a mantenere le funzioni degli organi.

Ora capite quanto sia importante identificare l’esatto momento in cui un individuo va in ME, così da poter avere un lasso di tempo utile in cui il cervello, e quindi il nostro paziente, è morto, ma i suoi organi sono ancora funzionanti.

Ovviamente non è una roba da 5 minuti, anche perchè qualsiasi clinico può sbagliare e credo che il terrore di tutti sia quello di essere depredato dei propri organi quando si è ancora in vita.

Il primo sospetto di ME si ha quando il paziente, senza sedazione da un tot di ore, a temperatura corporea normale e con gli esami a posto, non respira autonomamente e ha perso tutti i riflessi di tronco. A questo punto il Rianimatore esegue una serie di test che non sto qui a elencarvi, e, se risultano negativi, pone il sospetto di ME. Viene convocata una commissione formata da un Rianimatore, un Neurologo e un rappresentante della Direzione Sanitaria o un Medico Legale. Viene eseguito un Elettroencefalogramma (EEG), da un tecnico abilitato a questa procedura, e si conferma l’assenza di attività cerebrale, dichiarando l’avvenuta Morte Encefalica. Per ulteriore sicurezza, però, parte l’Osservazione di ME, che nell’adulto dura 6 ore, 12 ore nel bambino sotto i 5 anni, 24 se sotto l’anno d’età. Al termine di questo lasso di tempo si riunisce di nuovo la commissione e si ripete l’EEG, che risulta nuovamente piatto e si conferma il decesso. A questo punto, se la famiglia ha dato il consenso al prelievo multiorgano, si va in sala operatoria, altrimenti si stacca il ventilatore e si spegna il monitor.

Le ore che intercorrono tra il primo e il secondo EEG sono le più delicate da tutti i punti di vista.

Innanzitutto il nostro paziente è morto. Tutti i nostri sforzi per salvarlo sono stati inutili. Lui è morto comunque e ora dobbiamo comunicarlo alla famiglia: coniugi, genitori o figli, che aspettano fuori dalla porta un messaggio di speranza. Ora dovrai convocarli nello studio per rovinare la loro vita.

Di questo vi ho già parlato in altri post, ma anche se lo facciamo quotidianamente, comunicare l’avvenuto decesso è sempre un trauma per tutti. Rabbia, dolore e pianto invadono il reparto. C’è chi grida e chi resta raggelato. Questa, poi, è una morte ancora più difficile da spiegare, perchè vedranno al monitor il cuore che ancora batte, una pressione, un torace che si solleva spinto dal ventilatore. Bisogna lasciare loro tutto il tempo per capire e farsene una ragione.

D’altro canto, noi rianimatori passiamo dalla frustrazione di un paziente perso alla speranza di salvarne altri.

Se la famiglia darà il consenso, il nostro paziente non sarà più quello nel letto, che ormai è cadavere, ma quelli che aspettano un organo vitale per continuare a vivere. Da questo momento in poi tutti i nostri sforzi clinici saranno volti a preservare la funzionalità degli organi che ancora vengono irrorati dal sangue e, quindi, funzionano.

E’ di vitale importanza capire quando sia il momento giusto per chiedere il consenso ai famigliari per il prelievo degli organi. E’ fondamentale capire che abbiano davvero realizzato che il loro congiunto è morto e che abbiano digerito la crudele beffa di questo cuore stolto che ancora batte.

Non tutti in vita hanno espresso il desiderio di donare gli organi e i famigliari hanno bisogno di tempo per decidere cosa il paziente avrebbe desiderato fare. Perchè la questione è tutta lì: decidere per lui e non per sè stessi.

Se il consenso arriva, parte una vera e propria lotta contro il tempo. Si avvisa il Centro Regionale di Coordinamento. Partono prelievi di sangue e tessuti, che, tramite auto mediche, raggiungono i laboratori specializzati in cui si effettuano analisi genetiche di compatibilità con tutti coloro che, in Italia, stanno aspettando un organo vitale. Il database macina informazioni, mentre noi, dal nostro ospedale lottiamo con un corpo, per un corpo che, lentamente, sta perdendo tutte le sue funzioni. I reni vanno in tilt e iniziano a filtrare troppo, la pressione inizia irreversibilmente a scendere. Il capo è morto e il resto del branco se ne sta accorgendo.

Poi arriva la conferma: hanno trovato dei riceventi compatibili, le sale operatorie in varie parti d’Italia sono state allertate. C’è qualcuno, che proprio ora, sta ricevendo una telefonata, La telefonata, che aspettava da tempo, per continuare a sperare, per continuare a vivere. E allora gli sforzi si moltiplicano, gli accertamenti si intensificano: broncoscopie, ecocardiogramma, biopsia urgente. Tutto in fretta, ma tutto in silenzio e con discrezione, per non invadere il dolore di chi sta vegliando il capezzale del proprio congiunto morto.

Poi si fa l’ultimo EEG, si conferma la morte, la commissione firma e se ne va, i parenti tornano a casa, si chiamano i reperibili e si apre la sala operatoria.

Dalle ambulanze che trasportano le equipes dei medici prelevatori arrivano le chiamate:”Stiamo arrivando.”

Si va in sala operatoria in un ultimo glorioso viaggio di un corpo morto, che trasporta la vita per altri corpi, distesi su altri tavoli, in altre sale operatorie di varie parti d’Italia.

Un altro anestesista, non lo stesso dell’Osservazione, attacca il corpo al ventilatore della sala, arrivano le equipes, con i loro contenitori frigo. Il tempo è poco, pochissimo, il cuore, ormai, sta battendo i suoi ultimi colpi, la pressione è difficilmente controllabile. Poche parole di saluto, poi la velocità dei gesti, la valutazione macroscopica degli organi, l’attenzione maniacale nel maneggiarli. Sono ancora vitali, ma dovranno rimanere tali ancora per qualche ora, per qualche chilometro in ambulanza o in elicottero, fino ad essere di nuovo al caldo, irrorati dal sangue vivo di un altro corpo.

Non appena vengono estratti, vengono messi in borse frigo, storditi dal freddo si fermeranno senza morire. Le equipes scappano via, spesso senza il tempo di salutare, corrono letteralmente all’ambulanza che li aspetta a motore acceso e via. Via di corsa che la vita non aspetta.

Il corpo resta lì, sul tavolo, con il conforto pietoso di aver fatto il proprio dovere fino in fondo, con gli infermieri che ricompongono con rispetto le spoglie. Ora può tornare dai suoi cari.

Io non sono religiosa e nel mio lavoro ho sempre un atteggiamento estremamente laico, ma in questi casi, guardando quei corpi, penso sempre che un sacrificio così grande abbia poco di umano e qualcosa di divino. O forse no, forse è proprio la massima espressione dell’uomo e della potenza del suo corpo, che vive dopo la morte.

Tutto questo processo avviene nell’arco di molte ore e spesso si arriva al prelievo a notte fonda. E’ una fatica enorme per noi operatori, fisica e morale. Tutta volta a far suonare quel telefono a chi passa la vita ad aspettare.

E quel telefono ha suonato.

L’hai fatto suonare.

Ora puoi andare a dormire.

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