Non mi dispiace affatto.

Dopo tre settimane di agognate vacanze, sono rientrata al lavoro.

Ora, detto in sincera verità, io, che ho sempre amato il mio lavoro, questa mattina ho timbrato il cartellino con lo stesso entusiasmo di un vitello condotto al macello.

Ci sta. Un lungo periodo di tranquillità, visitando posti bellissimi, con la mia famiglia, sono un buon deterrente alla voglia di rinchiudersi nuovamente lì dentro. Pazienza, bisogna farlo comunque.

Indossata la divisa e messo piede in reparto, mi rendo conto di quanto, questa mia inconsueta “non voglia” di rientrare al lavoro sia stato, in realtà, involontario presagio di cattive notizie.

Entro e trovo i miei colleghi, capo compreso, con le facce più stanche e depresse di quanto non immaginassi. Solitamente Agosto è un mese in cui si lavora bene, l’attività si riduce di molto, i ritmi prendono la languida lentezza delle vacanze.

Quest’anno pare proprio che non sia stato così. La chiusura del punto nascita dell’ospedale convenzionato con noi, ha comportato un notevole aumento dei cesarei urgenti. La chiusura del punto nascita è una delle tante conseguenze della riduzione delle spese che la Sanità regionale ha deciso di condurre.

L’aumento delle nascite nel nostro centro non è, però, stato accompagnato da un aumento del personale sanitario, per cui ha comportato un raddoppiamento del lavoro dello stesso personale di prima.

I bambini hanno l’irritante abitudine di nascere quando gli pare, per cui non si può, certo, chiedere a loro di collaborare con gli orari del personale. In poche parole, il risultato concreto di queste scelte, è che il personale reperibile notturno (quello che dorme a casa propria aspettando che il telefono squilli) viene chiamato anche più di una volta per notte. Semplifichiamo ancora di più: chiamata-macchina-ospedale-cesareo-macchina-casa-chiamata-macchina-ospedale-cesareo-macchina-casa. Tutto questo nell’arco di una notte, sempre che non si aggiungano altre urgenze. 

In compenso, però, l’Amministrazione non accenna ad aiutarci con nuove assunzioni a qualsiasi titolo: indeterminate, determinate, libere professioni, volontariato, baratto, sequestro di persona. Qualsiasi cosa andrebbe bene. E invece niente.

Settembre sarebbe dovuto essere il mese della ribellione, quello degli scudi alzati dopo tanti sacrifici, dopo aver dimostrato tutta la nostra buona volontà verso l’Azienda, ma soprattutto verso i pazienti. E invece no.

La situazione è, ormai, talmente fuori controllo, che anche tagliare all’osso le attività, coprire alcuni turni con i colleghi dell’ospedale convenzionato, rosicare ore dove possibile non basta più. Niente basta più.

La guerra è finita prima ancora di cominciare.

Non possiamo rifiutarci di lavorare oltre gli orari previsti dal contratto perchè non potremmo garantire nemmeno i servizi minimi.

E i turni aumentano e la quantità di lavoro aumenta, di pari passo con stress e stanchezza, mentre la concentrazione diminuisce.

Tanto il nostro ospedale verrà, prima o poi, accorpato ad un altro più grande, non vedo come possa finire diversamente. La Sanità regionale sta andando in questa direzione da mesi, ormai, e anche noi ne stiamo prendendo atto.

Non so esattamente questo che cosa possa comportare, forse niente. Nella migliore delle ipotesi niente.

Oppure qualcosa potrebbe cambiare.

In peggio.

Mi spiego: se dovessimo essere a nostra volta accorpati ad un ospedale più grande, un ospedale con più posti letto, con più reparti specialistici, con più attrezzature e personale significherebbe diventare, automaticamente, i parenti poveri. Quelli a cui si demandano solo le cose più semplici, più noiose, meno interessanti e redditizie, in termini sia professionali, sia economici, lasciando da parte le velleità professionali, o anche solo spendendo le proprie capacità in attività molto meno soddisfacenti.

Sinceramente, un professionista potrebbe anche decidere di farsi andare bene questa situazione, di accettare l’arresto della propria crescita professionale in cambio della comodità, della vicinanza a casa, del desiderio di non rivoluzionare l’equilibrio e le abitudini di tutta la famiglia. Per farlo, però, ci vorrebbe comunque un riscontro qualsiasi, che so, orari morbidi, o remunerazione economica importante.

E invece no. Ora, e se non ora tra poco, ci verrà chiesto di frustrare la nostra professionalità in cambio di turni sempre più massacranti e in cambio di stipendi sempre più magri.

E’ la Crisi, bellezza. E’ questa creatura immaginaria che tutto mangia e tutto inaridisce e alla quale tutti dobbiamo sottostare. Allora guardi chi ti dovrebbero condurre fuori da questo vicolo cieco e non vedi nessuno. O, almeno, non vedi nessuno di cui fidarti, ma nemmeno nessuno che ci stia provando. Nemmeno nessuno che faccia finta di provarci.

E allora ‘fanculo.

Tutte le ore che passo lì non le passo ad occuparmi della mia famiglia, delle mie figlie, anche solo della mia casa. E allora penso che, forse, non vale nemmeno più la pena di provarci, se gli sforzi di tutti, il mio, dei miei colleghi, del mio capo stesso, non valgono un’alzata di sopracciglia di chi dovrebbe essere con noi, anzi, davanti a noi, a condurci fuori da qui.

Inizio a convincermi del fatto di non dover niente a questo Paese, che non ha dato istruzione a me (pagata cara e salata, nonostante il basso reddito della mia famiglia), alle mie figlie (iscritte in asili privati perchè sempre escluse dalle graduatorie pubbliche). 

Non devo niente a chi non mi da più nemmeno la speranza di farcela.

In compenso devo molto alla mia famiglia. Alle mie figlie.

Mi spiace, ma se devo scegliere, scelgo loro.

Anzi, non mi dispiace affatto.

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