Come in un telefilm

Tutti voi sapete benissimo quanto io detesti tutti i film, telefilm e reality ad argomento medico-sanitario. I motivi sono molteplici: innanzitutto non vedo per quale motivo io dovrei, nelle poche ore che passo fuori dall’ospedale, passare il mio tempo a guardare qualcosa che mi ricordi il lavoro, in secondo luogo, ma non meno importante, mi fanno venire l’orticaria tutti i refusi e falsi concettuali di cui sono imbottiti tali prodotti televisivi.

Solo alcuni esempi: chi si risveglia da un lungo coma non è ne’ bello, ne’ brillante. Sono gonfi, irriconoscibili e tutto quello che riescono a fare è tossire per l’irritazione del tubo orotracheale e lamentarsi per i dolori diffusi, dovuti dal lungo allettamento.

No. Niente dichiarazioni d’amore a parenti e amici, spesso parolacce e deliri da coma, nessuna pelle di pesca o alito di rosa. Capiamoci, i nostri infermieri li lavano due volte al giorno, ma nel letto con un catino e delle pezze pulite, non in una SPA con olii essenziali. Su ciò che si dice durante le defibrillazioni non aggiungerò altro, il nome del blog parla da solo: nessuno dice “Libera!”, è una traduzione cinematografica di “Clear!” che in italiano non ha senso. I nostri protocolli dicono:”Via io, via tu, via tutti, scarica!”. Che molto spesso, nell’immediatezza della necessità clinica, si traduce con: “Siete tutti lontani? Sì? E allora andiamo!”.

Altra cosa che mi lascia sempre basita è l’improbabile figaggine del personale medico e paramedico. Medicina dura 6 cazzo di anni, più 5 di specializzazione. Chiunque abbia anche solo una vaga possibilità di fare il modello, col cazzo che sgobba tutti quegli anni, trattato a calci nel culo. E fa bene. I medici sono nerds, secchioni senza speranza, che hanno perso fascino e diottrie sulla classificazioni di leucemie e linfomi, su tomi indigeribili, per giorni, notti e fine settimana. Mentre i fighi facevano altro. Se vi è mai capitato di incontrare un medico o una dottoressa piacente sappiate che è stato un caso. Tipo gli orango albini, accettati dal branco, nonostante l’evidente diversità.

E, se proprio lo volete sapere, non esiste il paramedico che irrompe in Pronto Soccorso dichiarando:”Maschio, bianco, razza caucasica, trauma toracico con sospetto volet costale, trauma ad alta cinetica.”

Di solito c’è un barelliere, sfatto di stanchezza, che spinge la barella gridando al centro del corridoio:”Questo dove lo mettiamo? Avete chiamato chirurgo e rianimatore? Dai, veloce, che ci lascia le piume!”.

Esiste, in realtà, un codice internazionale di comunicazione che utilizzano i soccorsi extraospedalieri, cioè Elisoccorso e Ambulanze. Quando i mezzi chiamano il Pronto Soccorso nel quale si stanno recando comunicano il punteggio di gravità con un colore: Rosso, Verde, Giallo, Nero, che significa decesso e Arancione che significa Contaminato, un numero che indica la patologia predominante (respiratoria, cardiologica, neurologica, ecc) e una sigla che significa il luogo di ritrovamento (strada, casa, struttura sportiva, ecc). I mezzi utilizzano questo codice per comodità e immediatezza, come questo viene trasmesso a noi operatori dell’Urgenza è altra cosa. E’ possibile ricevere chiamate in Rianimazione da operatori esaltati dal proprio ruolo che comunicano:”Rosso 1 Sierra tra 10 minuti”, così come è possibile sentirsi dire, da chi dopo tanti anni ha perso entusiasmo e pathos, “Arriva un incidente, muoviti!”.

In realtà, non indignatevi, ho scoperto da poco che non cambia nulla.

L’altra sera ero di turno, dovevo aspettare circa un’ora per il risultato di alcuni esami di un paziente, per cui sono andata in studio a guardare la TV. Ho visto il Reality “24 ore in Pronto Soccorso” ambientato nell’unità d’urgenza più trafficata d’Europa, quella del King’s Cross College Hospital di Londra. Sì, proprio quello dove vorrei andare a lavorare il giorno in cui mio marito si decidesse a emigrare.

In un ambiente perfettamente ordinato e regolato dal codice-colore, equipes di medici e infermieri si trovano ad affrontare le emergenze di quasi tutto il Regno Unito.

Ecco le differenze che ho notato.

Innanzitutto il telefono attaccato alla parete è rosso e non nero, il che da già tutta un’altra aria di pericolosità.

Poi, le divise del personale sono diverse a seconda del ruolo: blu scuro per i medici e blu chiaro per gli infermieri. Anche questo è un particolare importante, è fondamentale che i pazienti sappiano con chi hanno a che fare.

Ma, soprattutto, le divise, nelle diverse sfumature di blu, sono perfettamente coordinate con i colori del linoleum delle stanze: blu scuro i pavimenti, blu chiaro le pareti. Che sciccheria!

Poi la TAC. Cazzo la TAC! Ce l’hanno allo stesso piano del Pronto! Noi lavoriamo in un vecchio ospedale, i letti della Rianimazione calzano a pennello alle dimensioni dell’ascensore che porta alla TAC (che si trova nel seminterrato e non al piano). Calza talmente a misura che, quando portiamo un paziente, può entrare solo il medico. Solo il medico arrampicato sulla testata del letto, che con la mano arriva alla pulsantiera e fa muovere l’ascensore. Il che, in effetti, può risultare comodo, perchè se dovessi massaggiare saresti già a cavallo del paziente.

Mentre noto come la collega inglese stia gestendo le urgenze esattamente come farei io, arriva l’approfondimento, cioè la collega spara un pippone di 10 minuti sulla Golden Hour, ovvero di quanto sia fondamentale , nella prima ora dopo l’avvento del trauma (l’Ora d’Oro, appunto), individuare le patologie, identificare le funzioni vitali compromesse e intervenire. Ehi, bella! Questo è un concetto sdoganato da vent’anni per tutti noi, non parlarne come una roba che vi siete inventati voi, nel vostro ospedalone blu.

Mentre mi sto appassionando a un caso di trauma toracico in un adolescente, arriva la mia infermiera, sulla soglia della pensione:”Vieni, Paola, sono arrivati gli esami e ho fatto il caffè.”

Mi alzo con la mia divisa sgualcita, ormai verde sbiadito per i troppi lavaggi. Cammino in un corridoio con linoleum viola pallido. Che abbinamento di merda, altro che codice-colore.

“Wilma, dov’è lo zucchero?”

“Te l’ho già messo, un cucchiaino e mezzo, come piace a te”

Baciatemi il culo inglesi coordinati al pavimento, non fate niente di più di noi poveri scoordinati.

E il vostro caffè fa schifo.

 

 

 

 

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