Io ho scelto di scegliere

Oggi, come mi capita spesso, ho discusso. Sì, discuto spesso, sono mediamente rissosa, un mio collega dice sempre che mi sono laureata all’Università di Iena.

Oggi ho discusso a causa della Legge 194, non tanto sul diritto all’aborto, ma sul dover garantire alle donne l’ esercizio del diritto di abortire, come sancito dalla Legge italiana. In pratica mi sono malamente azzuffata con una collega, obiettrice di coscienza, che opera in un ospedale pubblico.

Non ho intenzione di spararvi il solito pistolotto sulla 194, se siete lettori di questo blog sapete perfettamente quale sia la mia opinione. Vorrei, invece, parlarvi di scelte. Scelte che, chi ha deciso di fare il mio mestiere, deve fare ogni giorno.

Non parlo di scelte terapeutiche: dare questo o quel farmaco, a questo o a quel dosaggio. Parlo di quelle scomode, schifose, che non vorresti, ma devi prendere.

Quelle che, poi, non ti fanno dormire.

La lite di oggi è nata dal fatto che il medico obiettore difendeva la propria posizione dicendo:”Io non giudico, ma sono affari della donna e io non me ne voglio occupare.”

Non te ne vuoi occupare.

Sei così delicato e sensibile da scegliere di non occuparti della tua paziente, perchè la sua condizione clinica ti turba.

Mh.

Eh, così a spanne, direi che hai sbagliato lavoro.

In linea del tutto teorica, tu potresti essere il miglior clinico del Mondo, lo scienziato più preparato del Pianeta, ma mi dispiace, fare il medico è altro.

Credo che il nodo fondamentale sia il fatto che abbiamo a che fare con persone. Persone diverse da noi, diverse l’uno dall’altro, in un miliardo di modi diversi ogni giorno. E sei tu, che sei responsabile della loro salute, a doverli ascoltare e a capire quale sia il percorso ideale per loro e quale la strada da percorrere insieme.

Sia chiaro: la migliore per loro, non la migliore per te.

Vediamo se, facendo qualche esempio, riesco a farmi capire.

Un paziente ha il cancro. Un cancro che può essere asportato chirurgicamente.

Se il paziente è giovane, o, comunque, in buono stato di salute, o, ancora, anziano, ma con una buona qualità della vita e autonomia, si fa tutto ciò che è possibile: chirurgia, chemioterapia, radioterapia. Si fa tutto, si sparano tutti i proiettili, ci si vota a tutti i Santi. Si va proprio in Guerra.

Se lo stesso tumore colpisce un soggetto molto anziano o molto compromesso, che, sottoposto ad intervento chirurgico, peggiorerebbe ancora di più la qualità, già pessima, della propria vita, con la prospettiva assai concreta di morire durante l’intervento o nell’immediato postoperatorio, patendo l’inferno nei suoi ultimi giorni, allora non si opera. Si utilizzano altre armi. Si accompagna il paziente in un percorso, che dovrà essere condiviso e spiegato fino alla Morte. 

Questo non significa abbandonarli.

Significa scegliere.

Scegliere per loro, perchè ho studiato per questo, perchè lo Stato, e quindi loro stessi con le tasse, mi pagano per farlo.

Siamo uomini e donne di Scienza, se arriviamo a certe conclusioni ci sono basi solide e comprovate. E’ importante farlo capire, perchè tu fai la scelta, ma la pelle è la loro.

Questo dovrebbe essere un comportamento uniforme, ma non è così. Conosco colleghi che non hanno mai scelto e non sceglieranno mai. Colleghi che riescono a far melina fino alla fine del turno e poter, finalmente, passare la grana a chi viene dopo.

Nel mio lavoro, quello del rianimatore, capita di essere chiamati negli altri reparti per consulenze surreali. Nell’immaginario collettivo degli ospedali esiste la convinzione che i Rianimatori siano i migliori per comunicare ai pazienti e ai parenti le notizie peggiori.

E’ ovvio che, essendo noi il fondo dell’imbuto di tutte le peggiori situazioni sanitarie, spesso veniamo contattati solo per comunicare. Comunicare morte o stadi premortali a parenti e pazienti.

Tanto noi siamo quelli che lo fanno tutti i giorni, no? Per noi è normale, no? Anzi, forse, alla fine, a noi non pesa nemmeno così tanto.

Sbagliato. 

Delegare a noi queste comunicazioni significa delegare a noi la scelta. Perchè scegliere di fare certi discorsi pesa, pesa come un macigno. E, per molti, trovare qualcuno che lo porti per te è piuttosto confortante o, quantomeno, liberatorio.

Ma quelli non sono i nostri pazienti. Sono pazienti che, da giorni o mesi, sono sotto le cure di altri medici, altri specialisti, che li hanno seguiti, sicuramente al meglio, fino a quel punto. Fino a quel dannato punto in cui ti devi fermare. Devi arrenderti e dire al paziente, o ai parenti che è finita. Ma non riesci a dirlo.

Io non so se sia per la frustrazione del fallimento terapeutico, per il legame che si crea e che non vuoi “tradire”. Io non lo so, ma molti non ce la fanno. E ci chiamano.

E così arriviamo noi.

Arriva la Morte trasmessa da uno sconosciuto. Da uno di cui ignoravi l’esistenza fino a un attimo prima e che ora ti sta dicendo che no, che il tuo caro è talmente grave che non verrà nemmeno portato in Rianimazione, perchè non risolverebbe il suo problema, non migliorerebbe la qualità della sua vita e nemmeno quella della sua morte.

Io non so come la pensiate voi, ma io, quando vengo chiamata per queste comunicazioni mi incazzo. Mi incazzo tantissimo con i colleghi che ci trattano da Caronti del Servizio Sanitario. Solo perchè hanno deciso di non scegliere. Scegliere di non trattare i loro pazienti fino alla fine. Fino al punto di doversi arrendere e perdere. Scelgono di non restare al loro fianco fino in fondo. Chiamano un altro, un povero stronzo insensibile con un gran pelo sullo stomaco, perchè loro si devono girare dall’altra parte, che la Morte è sconcia e non è bella da vedere.

Io mi incazzo, ma poi vado. Vado per i pazienti e per i parenti. Non certo per quei colleghi ignavi, studenti mai cresciuti, che si permettono il lusso di non scegliere.

Ogni volta che mi trovo a fare queste comunicazioni ripeto sempre la stessa frase:”Non siete voi a scegliere. Sono io.” E, di solito, i loro volti si rischiarano, quasi sollevati. Chiunque abbia un caro in una situazione premortale, si rende perfettamente conto di quello che sta succedendo. E, se sai parlare con le persone, è un messaggio facile da far passare, più facile di quanto non crediate. Ma loro vogliono sentirselo dire. Hanno il diritto di sentirselo dire e di sentirsi dire che non è una scelta loro. Non è una responsabilità loro decidere per quali strade arriverà la Morte. Perchè tanto sta già bussando alla porta.

Non crediate che tutti i rianimatori siano guerrieri senza macchia e senza paura. Non è così. Anche tra di noi esistono quelli che hanno scelto di non scegliere. In casi come quelli descritti, esiste un’altra possibilità: quella di ricoverare tutti in Rianimazione. Per poi farli morire intubati qualche ora o giorno dopo. E qualcuno lo fa.

Sapete chi non ci chiama mai? I medici dell’Oncologia. Loro, come noi, hanno scelto di fare un lavoro con un risicato margine di successo e speranza. Hanno rapporti intensi, lunghi mesi e anni con i loro pazienti. E restano lì fino alla fine e non delegano a nessuno l’ultimo fondamentale passaggio. Non ce l’abbiamo fatta, ma non ti mollo e resto qui.

Ecco. C’è chi resta lì. Forse perchè appesantito dai troppi macigni portati. O, forse, perchè non se ne vuole andare.

Perchè se la Morte arriva a sconfiggere tutti, la vogliono almeno guardare in faccia.

Perchè se la guardi per tanto tempo, poi non fa più paura.

Ti fa vomitare, ti fa piangere e, molto spesso, non ti fa dormire.

Ma non ti fa più paura.

E io ho scelto di non avere paura.

 

 

 

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