Arrivederci e grazie di tutto

Oggi è morto un chirurgo.

Non saprei come definirlo altrimenti, o come, altrimenti, avrebbe voluto essere definito. Un chirurgo.

Lo sapevamo molto bene che sarebbe finita così, oggi o domani. Meglio oggi che domani, sinceramente.

La retorica della Morte vorrebbe che, ora, io ne parlassi come di un santo. No, non lo era. Non lo era per niente. Presuntuoso, accentratore e facile all’ira, non ricordo una sola seduta operatoria insieme, durante la quale non ci siamo accapigliati. Ma sempre nell’interesse del paziente. Sempre.

Ancora adesso mi viene la pelle d’oca se ripenso al suono della sua voce:”Dottoressa! Tenga alta la pressione!” ed io, rossa di rabbia e di impotenza, non potendogli rispondere a tono (non era il tipo a cui rispondere, lui) giravo con una manata il monitor per dimostrargli che la pressione non era bassa, il problema non era anestesiologico.

Ricordo anche il giorno in cui mi ha telefonato sul cellulare, ore dopo la fine del turno, per accusarmi del fatto che il paziente operato al mattino andava male per colpa della mia anestesia. Ed io, nel parcheggio dell’asilo di mia figlia, a dirgli che no, il problema non poteva essere mio, doveva esserci altro. Il problema era, poi, una complicanza chirurgica, non mi chiese mai scusa per quella telefonata, ma da allora io diventai una delle anestesiste della sua sala operatoria. Io, neoassunta, una delle poche. Perchè lui si sceglieva gli anestesisti, si sceglieva i ferristi e gli aiuti. Lui poteva e lo faceva senza il minimo ritegno.

Nonostante questi rapporti burrascosi, da questa mattina continuo, però, a pensare ad un aneddoto stupido. Un pomeriggio presto, dopopranzo, saranno state le 14, io e mio marito, di ritorno dalla mensa, lo troviamo nell’atrio principale. Lui ci saluta sbrigativo, poi ci ripensa, torna indietro e dice:”Che bello il futuro del nostro ospedale.”

Il nostro ospedale.

Perchè, per quelli come lui, l’ospedale era la vita intera, l’unico posto in cui valesse la pena stare, in cui operare, sbraitare, mandare avanti il carrozzone con tutta la grinta possibile.

Penso che i pazienti siano gli unici che abbiano avuto solo il meglio da lui. La presenza, il conforto, la speranza di uscirne. Per loro non c’erano facce paonazze di ira, insulti, ferri lanciati, perchè sbagliati o passati male. Con loro mai niente di tutto questo, per nessuno, che fossero figli di industriali, o barboni trovati su una panchina.

Vivere per l’ospedale, vivere in ospedale e morire lì, chiusi in un abbraccio finale che un po’ è riconoscenza, un po’ è panico di non volerlo lasciare andar via. Perchè, comunque sia, senza di lui, da domani, sarà tutto diverso. Meglio o peggio, non lo so, ma diverso. Perchè è giusto riconoscere il merito a chi, quell’ospedale, l’ha fatto crescere tra le mille difficoltà e ostacoli che ogni piccolo presidio conosce, come se fosse il più grande, il più valido, l’ultimo ospedale della Terra. Che sogno folle.

E se penso che, domani, sarò nella sua sala operatoria, su un grosso intervento, e lui non ci sarà, mi viene da piangere, piangere come non avrei mai creduto in quelle interminabili sedute operatorie, durante le quali ci saremmo volentieri tirati il collo a vicenda.

Per cui mi limito a salutarlo, come ho fatto ogni giorno, a fine seduta.

Arrivederci, dottore, e grazie di tutto.

 

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