“No, dottora, lei prega.”

DRIIIN

“Sì, chi è?”

“Sono la mamma di Omar.”

“Vengo ad aprirle subito”

Omar è un nostro paziente, ricoverato da noi da una settimana per un brutto trauma, riportato in una orribile circostanza. Omar è forse la peggiore storia che abbia avuto il dispiacere di incontrare.

“Venga , venga, si sieda lì, ho solo buone notizie da darle oggi.”

Entra una donna di mezz’età, vestita miseramente, è straniera, analfabeta, lavora come badante presso una famiglia, vive in casa con loro, esce solo il sabato, l’unico giorno della settimana in cui può venire a trovare suo figlio, ricoverato in Rianimazione. Ha una faccia sfigurata dalla stanchezza, ma sorride per quello che le ho detto. Un sorriso bellissimo di denti malati e labbra screpolate.

“Omar sta bene?”

Omar sta alla grande e io friggo dalla voglia di dirglielo, sono felice che sia arrivata in anticipo.

“Sta benissimo, oggi ha proprio svoltato, è addirittura allegro, domani lo dimettiamo, lo teniamo ancora un giorno per sicurezza, ha 18 anni e vogliamo essere sicuri oltre ogni dubbio, prima di mandarlo via.”

Sorride di nuovo e il sorriso diventa uno sbadiglio. Chissà da quanti giorni non dorme.

“Lei come sta?”

“Male, non dormo, ma adesso sono felice. Lui è fuori pericolo? Lui non muore più?”

“No, non è più in pericolo di vita. Sta bene. Davvero.”

“Grazie a Dio e grazie a voi. Dio l’ha salvato e voi anche. Io prego Dio. Lei prega?”

“No, signora, io non prego.”

“No, dottora, lei prega.”

“No, signora, davvero, io faccio solo il mio lavoro.”

“Ma il suo lavoro è salvare le vite. Quando lei salva le vite, lei prega. E’ questa è una preghiera che Dio ascolta sempre. Dio aspetta sempre le preghiere come la sua.”

Non ribatto, mi perdo per qualche secondo in quegli occhi cerchiati: pieni di certezza, i suoi, pieni di dubbio, i miei. Poi mi riprendo, torno ad essere tutta scienza e lucidità clinica.

“Cosa dice, andiamo a salutarlo?”

“Certo, dottora, andiamo.”

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