Malaria

Il fatto che l’Italia sia stata dichiarata libera da Malaria nel 1970, non significa che, ogni anno, non ci siano circa 1000 nuovi casi, che in una minima percentuale, 0,5%, portino a morte. Si ammalano di Malaria sia gli Italiani che compiono viaggi in aree endemiche, senza le dovute precauzioni, sia stranieri provenienti da tali aree. Gli ultimi dati epidemiologici in Italia risalgono a qualche anno fa. Dati che ci dicono che la Malaria nel nostro paese è in diminuzione, ma soprattutto che gli Italiani hanno imparato a proteggersi, mentre gli stranieri infetti sono percentualmente aumentati di numero. Non sono riuscita a trovare dati più recenti, anche perchè l’immigrazione, in Italia, negli ultimi anni è cresciuta ( fino al 2010, oscillava tra 350000 e 500000 /anno) e, con essa, anche la percentuale di persone infette. Tutto questo bel pistolotto di Epidemiologia solo per dire che l’immigrazione comporta, tra le altre cose, la ricomparsa di patologie altrimenti debellate in Italia.

Innanzi tutto, niente panico: la Malaria si trasmette tramite puntura di zanzara femmina di genere Anopheles, che in Italia non esiste. Il problema è principalmente di noi sanitari, che dobbiamo imparare a riconoscere e curare patologie che abbiamo solo letto sui libri. Nella Malaria la tempestività, di diagnosi e terapia, determina in modo drammatico la prognosi, al punto da fare la differenza tra sopravvivere o morire.

“Ma, dai, che esagerazione, quante volte ti sarà capitato di incontrare la Malaria nel tuo ospedalino di campagna?” 

Una. Ma me la faccio bastare.

Ore 5 del mattino. Rincagnita sul divanetto dello studio, sono finalmente riuscita a prendere sonno, quando il suono del cordless mi trapana le orecchie. Dall’altra parte la voce affannata della ginecologa:”Dobbiamo correre in sala! Ho una gravida che sta malissimo. Anche il bambino sta malissimo. Dobbiamo tirarlo fuori subito. Ho già chiamato i reperibili.”

Con gli occhi non ancora del tutto aperti, mi ritrovo a fare le scale tre gradini per volta. Arrivo in Ginecologia, poche parole con la paziente, anzi con il marito, lei non parla una parola di Italiano. La solita raffica, senza prendere fiato: hamangiatoèallergicahaproblemidisaluteapralaboccagrazie. E poi via in sala operatoria a preparare nell’attesa che arrivino gli altri.

Dopo pochi minuti sto già intubando, non aspetto nemmeno la mia collega e incrocio le dita: speriamo sia facile da intubare, speriamo la pressione regga, speriamo tolgano in fretta il bambino, speriamo sia ancora vivo. Poi il bambino è già fuori e no, non ha un bell’aspetto. Corro con l’ostetrica all’isola neonatale dove ci aspettano neonatologo e infermiera e, come una visione, irrompe la mia collega, ancora in borghese, con un camice buttato addosso alla meglio: “A questo penso io, tu torna dalla mamma.” E via, di nuovo in sala. C’è un silenzio strano, i ginecologi hanno smesso di abbaiare: o sono spaventati, o si sono calmati. Guardo il campo, guardo il monitor, tutto bene, possiamo tirare il fiato. Mi siedo per leggere con calma la cartella e cercare di capirci qualcosa.

“Paola, secondo te che cos’ha?”

“E che cazzo ne so? Ha sicuramente una sepsi in corso, ma non saprei da cosa. Aveva tosse? O una cistite?”

“No, niente, qualche linea di febbre da qualche giorno, niente di che. In realtà di lei sappiamo poco, è arrivata 15 giorni fa dal Centro Africa per ricongiungersi al marito.”

La botta di adrenalina con cui mi hanno svegliato deve aver dato una bella scossa anche alle mie sinapsi. Io, che a quell’ora del mattino non sarei in grado di riconoscere un raffreddore comune, stavo per fare la diagnosi più brillante della mia carriera.

“Ha la Malaria.”

“La Malaria? Ma figurati, dai! Quante ne hai viste?”

“Nessuna, ma sembra la cosa più logica. Adesso la porto sotto in Rianimazione da me, così facciamo partire i colturali e lo striscio periferico.”

“E come fai diagnosi? E la terapia?”

“Ma cosa vuoi che ne sappia? Chi l’ha mai vista? Adesso chiamiamo l’infettivologa e vediamo.”

Nel bel mezzo della discussione veniamo zittiti da un pianto rabbioso. 

Chi piange respira.

Chi piange è vivo.

Chi piange sta bene.

Ricompare la mia collega: “Il gagno sta bene e la mamma?”

“E’ stabile. La porto giù.”

“Meglio così. Vado a fare il caffè.”

Ci guardiamo, stiamo pensando tutti la stessa cosa: in Centro Africa, forse, a quest’ora sarebbero morti.

Ecco perchè si scappa lontano: per non morire.

Ecco perchè mi piace lavorare nella Sanità Pubblica: per garantire una possibilità a chiunque ce la chieda.

Non so per quanto sarà ancora possibile, ma per stanotte è stato ancora così.

Me lo faccio bastare.

 

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