Un sabato qualunque

Lavorare nel fine settimana è una delle cose che mi rendono il mestiere indigesto.

Restare chiusi 12 ore in Rianimazione, mentre la mia famiglia si gode la giornata insieme, senza di me, mi fa davvero girare le balle. Ma tant’è.

A volte, però, il turno può essere reso più leggero dalla buona compagnia. Nel fine settimana, di giorno, siamo in due e se l’altra è la mia amica, la giornata prende già una piega diversa. Sabato scorso sono stata proprio fortunata: la mia amica era in turno con me e tre dei cinque pazienti erano svegli e in procinto di essere dimessi. Un buon presupposto.

Tre pazienti svegli e due piuttosto stabili, un clima di leggerezza assai raro da noi. La mattinata è trascorsa lenta, direi rilassata, se non stessimo parlando di Rianimazione, qualche parola con le infermiere, parecchie risate con la mia amica e tante chiacchiere con i pazienti svegli: una vera pacchia.

Noi che parliamo con i corpi muti e abbiamo imparato a interpretare i silenzi, ci ritroviamo, di botto, a fare vere conversazioni, robe tipo:”Hai male? Hai sete? Sei scomodo?” e ricevere dall’altra parte chiare risposte:”Sì, no, tanto, poco”.

Sì, ok, noi ci accontentiamo di molto poco, ma cercate di comprenderci.

I tre svegli erano, oltretutto, tre tipetti particolari, che nella vita qualcosetta avevano visto, li chiamerò per comodità l’Artista, la Ballerina e la Matrona.

Dopo pranzo è abitudine del nostro reparto aprire le porte e far entrare, per ogni paziente, due parenti, che possono restare fino a sera. E’ il fine settimana e immaginiamo che tutti vogliano stare in compagnia dei propri cari, in un giorno libero da lavori e impegni. Non è sempre così, non crediate. E quel sabato non è stato così. Rapide visite di parenti frettolosi, che, evidentemente, avevano di meglio da fare. Non pensiate che io voglia giudicare il comportamento di qualcuno. Nessuno di noi può sapere quali dinamiche famigliari si celino tra le persone e quali e quanti intricati rapporti li leghino tra loro.

La malattia non è un collante. La malattia, se possibile, slatentizza completamente ciò che siamo. E non sempre siamo belli e buoni.

In poche parole, dopo circa un’oretta, ci ritroviamo di nuovo da soli, noi e i pazienti. Solo le figlie della Matrona resistono, assise sulle sedie, come su un trono, accanto alla matriarca. A vederle così sembra che non se ne debbano andare mai: chiacchierano e pettegolano sulle vicende famigliari come fossero a casa e, a un tratto, quel lieve e costante cicaleccio ci rilassa tutti. Siamo tranquilli e a nostro agio. Ben strano qui da noi.

Mentre ripetiamo il giro visite, ci scappano commenti ad alta voce. La maledetta abitudine di non avere orecchie curiose intorno è difficile da abbandonare. Siamo alla vicina di letto dell’Artista, una dei due addormentati:

“Guarda che meraviglia, ha risposto alla grande alla terapia, non sembra la stessa di ieri!”

“Ci credo, risente dei miei influssi positivi!”

“Ma che dici? Non origliare! Guarda che non ti sei guarito da solo!”

“Tu dici? Sono un uomo dalle mille risorse io! Appena esco da qui vi faccio un bel quadro!”

“Altro che quadro! Devi farci un monumento. Ti abbiamo ripreso per i capelli. Se vuoi farci un regalo quando vai a casa ti curi un po’ di più, che non ti vogliamo più qui dentro!”

“Non mi volete più? E poi chi sgridate di notte?” E qui parte l’imitazione della mia collega francese:”Carlò! Carlò! Tieni la maschera che i tuoi esami sono orrribili!” E giù una risata ragliante e fischiante da polmone malato. Come stare seri? L’imitazione è perfetta, sembra di vederla.

Ci spostiamo dalla Ballerina, anche lei sta ridendo, con l’aereosol sulla tracheostomia.

“Hai festeggiato ieri sera?” Mi chiede.

“Sì, ho festeggiato con del tartufo.”

“E perchè non me ne hai portato nemmeno un pezzo?”

“Perchè mangi ancora le pappe, porca miseria, vorrai mica che ti frulli un tartufo?”

“Almeno un bicchiere di vino potevi portarlo.”

“Guarda che è quello che ti ha portato qui, fai la brava.”

” Un tempo dovevo allontanare i pretendenti con la forza, sai? Grazie a queste gambe qui.” E con un gesto di insolita grazia per una obesa, allettata, tira fuori dalle lenzuola le gambe in una linea perfetta e le appoggia sulla pediera del letto. “Guarda, sono ancora un pezzo unico.”

Ridiamo di nuovo, oggi i ragazzi sono in forma, niente da dire, pure le figlie della Matrona si distraggono dalle confabulazioni, per seguire questi siparietti improvvisati.

“Senti, ma con la tracheo potrò fumare ancora?” continua la Ballerina, premendo il dito sulla valvola fonatoria.

“No, no, cacchio! No! Ma non ti basta? Niente vino, niente fumo, niente stravizi. Basta.”

Poi mi dispiace e medio una trattativa:”Però, se vuoi vi facciamo un caffè. Due gocce per ciascuno e basta. Però vi accontentate di quello che passa l’ospedale. Caffè e fette biscottate per diabetici.”

Sembrano tutti rassegnati, quando la Matrona, zitta e imperscrutabile come una sfinge, ha un guizzo. Sussurra alla figlia qualcosa e questa chiede di poter uscire. Torna dopo qualche minuto con un cabaret di biscottini freschi di pasticceria.

“Questi li offre la mamma a tutti voi. Non si può fare merenda con le fette da diabetici. Lei a casa non l’avrebbe mai permesso.”

Così il cerchio si chiude, con la ferrea e imposta volontà di una donna analfabeta, che nella vita non ha fatto altro che partorire e crescere figli e ammazzarsi di lavoro, consumandosi fino a finire qui da noi. Ma che non si dica che manchi da mangiare. Come si dice da queste parti:”La stomich l’è tant dausìn al cor” (Lo stomaco è tanto vicino al cuore).

E così un sabato sfigato, in un postaccio maledetto, con i pazienti più scassati dell’ospedale, si trasforma in un pomeriggio di chiacchiere e risate rilassate, di caffè profumato e biscotti.

Come il pomeriggio di Natale, in questa famigliona disfunzionale, quando i parenti stronzi se ne vanno, dopo la visita obbligatoria, e restano solo quelli che si fanno simpatia, di fronte a un caffè e ai resti del panettone.

Perchè è un giorno di festa e i parenti, e i malanni, e i dolori, e la vita stessa che sfugge un po’, oggi non contano, oggi non pesano.

Ci penseremo, forse, domani.

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