Specializzandi

La scuola di specializzazione, dopo la laurea in Medicina, è un cazzo di test da sforzo che dura 4, 5 o 6 interminabili anni.

No, non sto esagerando. Provate a chiedere a qualche vostro amico, parente o conoscente che si sia cimentato nell’impresa e state a sentire che cosa vi risponde.

Innanzi tutto ogni anno si laureano circa 10000 medici, di questi solo 3600 supereranno i test d’ingresso delle scuole di specializzazione e, questo, vi da già la misura di quanto la selezione sia feroce.

Ricordo molto bene, perchè l’ho visto con i miei occhi, neolaureati mettersi in coda e frequentare gratuitamente le cliniche universitarie per mesi e anni, in attesa che venga il proprio turno, che sia finalmente l’anno buono per superare il test e entrare nella rosa degli specializzandi. Questo non perchè la lista d’attesa garantisca un sicuro ingresso, ma perchè esiste una specie di cursus honorum da rispettare. In generale i direttori di scuola tendono a prendere studenti che conoscono, che hanno visto lavorare, dei quali si possono fidare.

Mi state chiedendo se i concorsi sono truccati? No.

I test d’ingresso sono uguali in tutta Italia e, nelle scuole, da alcuni anni, si svolgono tutti il medesimo giorno, per cui, lo studente che volesse entrare in un determinato posto, deve indirizzare tutte le proprie energie lì, e spendersi, e farsi vedere di buone e robuste speranze. Perchè solo in quel modo può imparare a conoscere gli usi e i costumi locali, gli argomenti prediletti dai docenti, così che le prove pratiche e gli orali siano più abbordabili.

Mi state chiedendo se esistono i raccomandati, i leccaculo e quelle che la danno solo per entrare? Sì, certamente.

Ma non sono una percentuale così schiacciante e, sinceramente, da un punto di vista professionale e umano valgono talmente poco che non ho tempo, ne’ voglia, di parlare di loro. Sono delle piccole persone che tutti noi abbiamo avuto il dispiacere di trovare sulla nostra strada. Tanto peggio per loro.

Una volta superato il test sembra a tutti di aver superato lo scoglio maggiore, invece il peggio deve ancora venire.

Durante tutti gli anni di scuola lo specializzando è l’ultimo gradino della scala alimentare, una sorta di plancton ospedaliero del quale tutti amano cibarsi. Gli studenti frequentanti non nominiamoli nemmeno. Loro non esistono.

Il fatto che la stragrande maggioranza del lavoro nelle cliniche universitarie sia svolto da medici frequentanti e da specializzandi sembra non interessare nessuno. Anzi, non solo i pezzi grossi (professori e strutturati) maltrattano gli specializzandi, ma pure infermieri e OSS non si fanno scappare l’occasione di rovesciare rabbie e frustrazioni su quelle belle e giovani spalle. Perchè, se vogliamo essere onesti del tutto, quando ricapita l’occasione di maltrattare uno che è abbastanza giovane, ma abbastanza medico, da subire, senza avere potere e ruolo per fartela pagare?

Ovviamente sto esagerando e non tutti gli operatori sanitari godono nel maltrattare gli specializzandi, ma vi assicuro che negli anni ho assistito, e subito, tali e tante meschinerie da sapere molto bene ciò di cui vi parlo.

Ma la scuola non è solo questo.

Ricordo con affetto e nostalgia tutti i miei compagni di corso, le notti e le feste comandate passate in turno insieme. Ore ed ore a lavorare, a studiare, a cercare in qualche modo di capire come incastrare tutto. Perchè lo strutturato vuole così, ma poi arriva l’altro che vuole cosà, e poi al breafing ci aprono il culo, e tu hai fatto in tempo a prepararti per il Journal Club.

E no, il tempo non basta mai e qualcosa, alla fine, lo perdi per strada e allora arriva il mega cazziatone, davanti a tutti, quegli stessi tutti che alla fine vengono da te e ti dicono:”Vabbè dai, è uno stronzo, ieri ha massacrato me, domani massacrerà qualcun’altro.”

Ricordo i pianti di rabbia e frustrazione e stanchezza e ingiustizia, consumati nei cessi o negli spogliatoi.

Ricordo i mal di pancia che ti prendevano quando sapevi di dover fare il turno di notte con uno strutturato che ti avrebbe abbandonato al tuo destino, salvo, poi, merdificarti alle consegne del mattino.

Ricordo amici, specializzandi chirurghi, che se durante gli interventi sbagliavano a tenere i ferri, o non sapevano rispondere alle domande dello strutturato, si prendevano gran calci negli stinchi dallo strutturato stesso. E guai a far vibrare i ferri durante il calcio.

Ricordo che, mentre stavi facendo una cosa difficile, o potenzialmente pericolosa, lo strutturato ti interrogava su quello che stavi facendo e sul perchè. E dovevi rispondere ed essere sicuro, perchè la medicina deve avere margini d’errore risicati.

Ricordo, però, anche le cene improvvisate con gli infermieri, nel cuore della notte.

Ricordo quanto, alcuni di loro, mi abbiano salvato il culo dallo strutturato un sacco di volte, passandomi dietro e sistemando le cose. Quanto mi abbiano insegnato del loro lavoro: come si maneggiano i malati, come si lavano, come si mette un catetere e come si può fare una barba senza tagliare pelle, cateteri e cerotti. Perchè per far rispettare il tuo lavoro, devi conoscere e rispettare quello degli altri.

E, poi, ricordo lezioni meravigliose tenute da maestri veri, che, negli anni, cavandomi il sangue, mi hanno insegnato la cosa più importante: amare il mio lavoro, ascoltare i miei pazienti e trovare una strada insieme.

Ricordo altri medici, nemmeno universitari, che al lavoro, ogni giorno, mi hanno fatto capire che il nostro mestiere non sia solo teoria, ma anche fiuto e tatto.

Ricordo anche i fannulloni, i cinici, gli incapaci. Anche da loro ho imparato molto. Ho imparato come non avrei voluto diventare.

Io sono stata fortunata: ho fatto un’ottima scuola, nella quale mi hanno preparato bene. So di altri posti, dove vige il nonnismo più becero anche tra gli specializzandi, dove tutti lavorano contro tutti, dove, se non sei raccomandato o se non la dai al professore, i malati non li vedi manco con il binocolo. Se siete in questa situazione potete fare una cosa sola: andarvene.

Perchè quegli anni non torneranno più, quella grandiosa possibilità di imparare, assorbendo tutto ciò che ti circonda, non tornerà più.

Perchè tutta quella fatica, fisica e mentale, ha un valore enorme. Anzi, ha un vero e proprio valore formativo. Ti stirano allo spasimo tutti i nervi, per tutti quegli anni, per allenarti.

Perchè verrà un giorno in cui non sarai più uno specializzando.

Verrà un giorno in cui lo strutturato sarai tu e il paziente metterà la sua vita nelle tue mani. E lì, sì, che sarai davvero sotto stress e non ci sarà l’aiuto anziano a darti una mano e a dirti come si fa.

Perchè se metti, sempre e duramente, a prova i tuoi nervi per lunghi anni, alla fine i tuoi nervi saranno più forti. E, quando, da grande, ti troverai a prendere decisioni vitali, in pochi secondi, e a non poter sbagliare un gesto, perchè non ci sarà una seconda possibilità, e, nel farlo, non ti tremerà ne’ la mano, ne’ la voce, allora ringrazierai.

Ringrazierai tutti quegli anni, di fatica e impegno, tutte le lacrime e i “Non ce la faccio”.

Ce la farai, e alla grande. Perchè te l’hanno cacciato dentro a forza, questo mestiere. 

 

 

 

 

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