Nessuno segue l’ambulanza

Sono di guardia ed è una notte qualunque. Qualche ricoverato, alcuni sulla via di dimissione, altri talmente gravi e senza speranza da non farmi nemmeno più affannare.

Sto prendendo il caffè in cucina con le infermiere, chiacchieriamo di tante piccole, inutili cose: il Natale appena passato, il Capodanno alle porte: “L’hai poi trovato il camper di Peppa Pig a tua figlia?” “Tuo figlio cos’ha detto quando ha visto la chitarra nuova?”.

Tutto lento, tutto tranquillo, così come spesso avviene nei giorni di festa.

Poi la chiamata al telefono delle urgenze:”Paola, ti vogliono di corsa al Pronto”.

Esco di corsa, pochi passi, saranno dieci al massimo, e spalanco l’entrata posteriore del corridoio.

“Dove devo andare?”

“Sala 4, crisi epilettica.”

Le crisi epilettiche di grande male sono sempre brutte da vedere. Il corpo che si contorce e scuote, il vomito e il respiro. Forse, a distanza di anni, il respiro è quello che, ancora, mi fa impressione. Il “Grido Epilettico” come veniva descritto nei libri di medicina dell’ ‘800. La contrattura della muscolatura toracica e bronchiale comporta un respiro che non è più respiro, ma un lungo, rumoroso e affannato ansimo. Un grugnito, un urlo, una dichiarazione di dolore e un richiamo di aiuto.

Questo caso non fa eccezione, un uomo adulto su un lettino e 3 infermiere e una dottoressa che cercano di non farlo cadere dalla barella.

“Paola, non ha una flebo, non sappiamo niente, l’ha portato l’ambulanza base, senza medico, chi li ha chiamati non ha spiegato bene la situazione e sono andati solo i volontari. Ce l’hanno praticamente buttato sulla barella così.”

Pochi istanti e, con l’aiuto di tutti, metto una flebo e scarico una fiala di sedativo. Si rallenta, si ferma, possiamo girarlo supino, posso intubarlo e mettere il sondino naso-gastrico. C’è vomito, sudore e saliva ovunque.

Nel frattempo le infermiere fanno prelievi, mettono il catetere, fanno l’ECG, la mia amica internista chiama in TAC per una valutazione urgente dell’encefalo.

“Paola, ti aspettano sotto, andiamo a vedere se ha qualcosa in testa.”

“Se non ha qualcosa in testa mi mangio il braccio.”

“Non ti buttare, non si sa mai.”

“Andiamo a vedere.”

Due tagli veloci alla TAC ed è subito evidente una devastazione cerebrale. Un emisfero completamente annegato, la linea mediana tra i due, completamente spostata controlateralmente. Un quadro che lascia ben pochi dubbi, ma il paziente è giovane e si tenta il tutto per tutto. 

Si chiama la neurologa, si contattano i neurochirurghi dell’ospedale provinciale, si organizza il trasferimento.

Tutto come facciamo ogni volta, una macchina sperimentata e ben oliata. 

Dopo la TAC riaccompagno il paziente nella Sala 4 e, mentre aspetto con lui che il carrozzone del trasferimento si metta in moto, lo guardo con attenzione.

E’ un uomo giovane, di poco più grande di me, ha l’età di mia sorella.

Sembra un vecchio.

Sporco, trasandato, denti malati e barba da fare.

I famigliari non sono ancora arrivati.

Strano.

Poi capiamo perchè.

Non ha nessuno. O, almeno, non ha nessuno che possa venire.

Scopriamo che vive con un genitore anziano e malato. Stavano guardando insieme la televisione quando è caduto a terra in preda alla crisi.

Ecco perchè la chiamata confusa e incomprensibile.

Ecco perchè è ancora qui da solo.

Poi compare, dopo lunghi minuti, un vicino, che racconta una storia tanto triste, quanto comune.

Un uomo solo, ne’ minus, ne’ particolarmente brillante, una vita con il genitore anziano, a badarsi a vicenda in un vortice lento e appiccicoso di solitudine, sporcizia e isolamento dal mondo. Il tempo speso a guardarsi l’un l’altro, fino a non vedere più il mondo fuori e, negli anni, il mondo non vede più loro.

Lo guardo e penso a tutte le persone che conosco della sua età.

La maggior parte ha figli, o famiglia e, in questi giorni, è impegnato in una battaglia navale per incastrare pranzi, cene e aperitivi. Il problema maggiore è azzeccare i regali e preservare il fegato dai bagordi.

Penso a mia sorella, ai suoi tacchi e alla sua bella bambina, a mio cognato che affetta l’ananas da servire con la moccetta per l’aperitivo di Natale.

Penso che la malattia e la morte siano già abbastanza ingiuste come esperienze in generale, affrontarli da soli come i cani è la beffa che si aggiunge al danno.

E nessuno se lo merita.

Mentre mi perdo in questi pensieri densi arrivano i reperibili, arriva l’ambulanza, il vicino se ne torna a casa, lasciando un numero di telefono: “Nel caso in cui…”

L’ambulanza parte a sirene spiegate verso un briciolo di speranza. Nessuna macchina con i parenti la segue.

Ecco cos’è per me la solitudine: essere trasportati in fin di vita su un’ambulanza e non essere seguiti da nessuno.

 

 

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