Di che cosa ha paura chi non può avere paura

Spesso vi ho raccontato di quanto la paura sia una compagna praticamente costante di chi fa il mio lavoro.

Si potrebbe pensare che sia una paura generica, quella di non riuscire a fare ciò che si dovrebbe, o di non riuscirci fino in fondo, paura di sbagliare, paura non solo di non guarire le persone, ma, forse, di farle morire.

Non è solo quello. O, meglio, è anche quello. 

Alle paure, cosiddette generiche, però, si aggiungono quelle personali. Quelle che riguardano solo te, la tua storia, le cose belle, o brutte, soprattutto brutte, che hai vissuto.

Il medico perfetto è quello che quando timbra, al mattino, lascia tutta la sua vita alla bolla e diventa un clinico imperturbabile.

Il medico perfetto non esiste.

Nel nostro lavoro, quello di anestesista rianimatore nello specifico, quello di medico, in generale, però, la tua vita non riesce sempre a stare fuori dalla porta.

Si insinua, filtra dalle parole, dai gesti, dalle piccole nevrosi che solo tu conosci e riconosci, che solo tu sai, anche se vorresti non vedere, non sentire, non lasciare passare.

Capita, ad esempio, che rianimatrici con 30 anni di esperienza, perdano lucidità clinica di fronte a donne anziane, così gravi da non essere nemmeno adatte a una Rianimazione. Perchè a casa hanno una madre anziana, amata e malandata, che curano allo spasimo per non lasciarla andare, e allora ogni donna anziana e malandata diventa una battaglia da vincere, una guerra che non si vuole perdere.

Perchè ogni nonnina che strappi ogni giorno dalla morte è la tua nonnina, la tua mamma della quale ogni giorni ritardi la partenza. E non importa se i colleghi ti dicono “Basta, lasciala andare” perchè lo sai che hanno ragione, ma se tu la lasci andare, magari lasci andare anche le altre, anche quell’altra, quella che hai a casa e che non vorresti per nessuna ragione lasciare andare.

C’è anche chi ha perso troppo presto una persona amata, una persona che non voleva e non doveva andarsene così presto. E allora diventa difficile rassegnarsi alla Natura, ancora una volta, diventa difficile credere a chi ti dice: “La lasci morire, lei voleva morire” perchè no.

Perchè lasciare alla Morte un’altra persona vuol dire perdere ancora. E perdere con la Morte significa non avere mai più una seconda possibilità. Perchè i parenti che dicono:”La lasci morire, lei non voleva più vivere”, una persona che muore non l’hanno mai vista.

Noi sì.

E se hai visto un tuo caro morire, un tuo caro che non voleva morire, ma che è morto ugualmente, con te, davanti a te, non vorrai mai più rivedere quello spettacolo. Perchè un conto è dire:”Vuole morire.”, un conto è vederlo morire. E allora provi il tutto per tutto, perchè bisogna provare lo stesso a vivere, per il rispetto di chi è morto e non lo voleva fare.

Ricordo molto bene un Internista che, mentre massaggiava con una disperazione insensata, un suo malato terminale, mi raccontava che nello stesso modo era morto suo padre. E più io dicevo:”Basta, smettila, stiamo massaggiando da mezz’ora, non riparte più.” più lui mi rispondeva: “Hai ragione, ma ti prego, ancora 5 minuti.”.

Queste sono paure tipiche di medici azzimati, che di vita dietro ne hanno tanta.

Io sono più giovane e ho paure diverse, calibrate alla mia età e al periodo che sto vivendo nella mia storia personale.

Io ho paura dei bambini e delle donne incinta.

La cosa è assai curiosa, visto che la mia tesi è stata di anestesia ostetrica e che buona parte della mia formazione l’ho passata al polo materno-infantile.

Per molti ho speso così tanto tempo lì per interesse clinico, o predisposizione naturale.

No, io mi sono costretta a stare lì un anno e mezzo perchè era il posto dove, in assoluto, non volevo stare.

Mi sono fatta violenza e ho passato lì una gran fila di giorni per affrontare la mia paura. Sapevo perfettamente che non sarebbe mai passata, infatti non è ancora passata adesso, ma speravo che facendo e rifacendo ogni giorno le cose che mi terrorizzavano, prima o poi avrei acquisito un automatismo che mi avrebbe protetta da me stessa.

Saper fare le cose perfettamente, anche le più difficili, per non lasciare alla paura nessuno spiraglio in cui infiltrarsi.

E così è stato.

Ancora oggi, per me, ogni bambino è un tuffo al cuore. Perchè sembrano le mie bambine, potrebbero essere loro, loro, o i miei nipoti, o i bimbi dei nostri amici. E ogni volta è una guerra di nervi, perchè la paura preme, ma io voglio essere più forte e faccio questi interventi alla perfezione tecnica, stressando tutti i miei nervi.

Resto in piedi, sempre, dondolandomi sulle punte dei piedi, fingendo noncuranza, mentre ogni mio singolo muscolo, ogni mio singolo senso, si tende come una corda.

I bambini mi terrorizzano.

Ma siccome in una sala operatoria arrivano già tutti terrorizzati da casa, bambini, genitori e collaterali, io non posso esserlo. E allora accantono tutto e tiro fuori tutti i miei giorni passati in quelle sale, così amate e così odiate, e spendo tutta la mia tecnica, tutta la mia capacità, senza che nessuno sappia, senza che nessuno si accorga di niente.

Lo stesso effetto mi fanno le pance.

Io amo le pance. Io odio le pance.

Le donne gravide, che debbano fare un cerchiaggio, una partoanalgesia, un cesareo, mi terrorizzano tutte.

Perchè sono loro, ma trasportano un altro. Uno che vive di loro, ma con metabolismo diverso dal loro.

E allora diventa un lavoro di bilancino tra farmaci e tempo. Fai qualcosa che faccia bene alla madre, ma che non faccia male al feto. Guarda il monitor di una, ma pensa ai parametri dell’altro. Ed è un pensiero doppio, una concentrazione doppia, una paura tripla. 

Anche in quel caso ripassi la teoria e la pratica a memoria, perchè la sai, la sai da Dio, ma finchè il bimbo non è fuori e la mamma non sta bene, io resto in piedi, sulla punta dei piedi, dondolando.

Tranquilla e imperturbabile.

E terrorizzata.

Perchè quello siamo: dispensatori di tranquillità e sonno, mentre un mare in tempesta ci scombussola dentro, ma non c’è tempo di dargli ascolto, perchè:

“Stai tranquillo, ci sono qui io, va tutto bene. Respira.”

 

 

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