Le gambe rotte

Se sono di turno per 12 ore di fila mi può capitare di lavorare tranquilla, di fare quello che devo con calma, fare la mia giornata lavorativa con professionalità e soddisfazione e andarmene a casa serena.

Questo nel mondo dei sogni.

Nella realtà quando faccio una guardia lunga parto, nella gran parte dei casi, con una bella seduta operatoria densa, con i chirurghi che mi fiatano sul collo e gli interventi che si accavallano e, poi, quando, finalmente sono riuscita a far scorrere la seduta e mi sembra di intravedere la fine del turno, arriva l’urgenza.

E tutto riparte da capo.

La lista operatoria si sovverte, un collega va a valutare il paziente in Pronto, mentre io preparo tutti i presidi in sala operatoria.

“Ma il posto in Rianimazione c’è?”

“No, siamo pieni.”

“Eh, cazzo, allora, o lo rianimiamo bene e lo svegliamo, o, a fine intervento, dobbiamo pure farci una corsa in ambulanza alla Rianimazione più vicina.”

“Va bene, dai, una cosa per volta, portiamolo in sala, poi vediamo.”

E si butta in sala l’urgenza che può essere un ragazzino con la milza rotta per una caduta in motorino, un post-operato che sanguina come una fontana, un occluso, una rottura di utero durante il travaglio, quello che volete.

Cambia poco.

Quello che è certo è che le mie surrenali strizzano adrenalina, come spugne chiuse in un pugno, e lavoro come una macchina perfetta, a far girare tutto, a guardare tutto: paziente, monitor, campo operatorio, con il cordless in mano, che il trasfusionale non mi ha ancora mandato le sacche, mentre cerco di ricordare come cazzo si monta la macchina di emorecupero, perchè negli ospedalini microscopici come il mio non c’è il tecnico reperibile e l’anestesista deve saperla montare e far funzionare, e poi anche una scopa nel culo.

Poi l’intervento finisce e torna la calma apparente.

Il paziente si sveglia, o si porta in Rianimazione e, quando penso di aver finito, si riparte. Bisogna finire la lista operatoria, non puoi mandare a casa i pazienti perchè sei strassata e, allora, avanti con le ernie e le colecisti.

A questo punto sono le 14 e un’anima pia mi dà il cambio per andare a mangiare il contenuto inquietante del vassoio della mensa, che butto giù con l’imbuto nel cucinino della Rianimazione.

Un caffè, una sigaretta veloce fumata nel cesso, che nemmeno al liceo, e si riparte con la guardia pomeridiana. 

La Rianimazione è un casino perchè hanno lavorato tutta mattina come i pazzi  e le cose non urgenti sono rimaste da fare: burocrazie, cartelle non ancora compilate, esami da copiare.

Rialzo la testa che sono, ormai, le 17 e la testa la rialzo perchè squilla il telefono: c’è da visitare un paziente che va in sala domani, o che non respira bene, o che devo sedare per una cardioversione.

“Va bene, arrivo, o mando il mio collega, se ha finito la sala operatoria. Si, davvero, passo a vederlo, ma prima fai gli esami.”

E di nuovo telefonate e coordinamento di persone e priorità d’urgenza, perchè tutti vogliono passare per primi, ma io faccio da vigile urbano che dirige il traffico.

La giornata sembra finire, solo due ore alla fine del turno e, se sono fortunata, le passerò a sbrogliare le matasse della giornata, ma arriva ancora una nuova urgenza e si dovrà correre nuovamente in sala, oppure fare un trasferimento in ambulanza in un ospedale più grande di riferimento.

Mentre preparo il paziente chiamo il reperibile perchè, a Dio piacendo, il mio turno è finito e il trasporto non mi compete. Arriva il collega, si carica l’ambulanza.

“Hai tutto?”

“Sì ho tutto, hai chiamato? Dove ci aspettano, in Pronto, o direttamente in Sala Operatoria?”

Poi, finalmente, l’ambulanza parte e le sirene spiegate coprono il suono delle campane che rintoccano le 20.

Il turno è finito e cala un silenzio innaturale sulla mia giornata.

Vado a cambiarmi con il passo pesante degli elefanti, il rumore degli zoccoli trascinati rimbomba nel corridoio, indosso una divisa talmente stropicciata che sembra ci abbia dormito dentro.

Un saluto veloce agli infermieri, le consegne essenziali al collega della notte, poi mi trascino fino alla bollatrice.

Chiudo bene il giubbotto perchè mi hanno detto che fuori fa freddo, anche se non lo so, visto sono lì dentro da 12 ore.

Non fa solo freddo. Piove.

La macchina dista solo 500 m e non ho l’ombrello, ma ho così tanta malattia addosso che mi sembra di pesare un quintale.

La strada dalla porta dell’ospedale alla macchina sembra una ripida salita.

E io ho le gambe rotte.

Mi vorrei sedere per terra, qui sul marciapiede, a riposare un po’, a farmi cadere la pioggia addosso, che magari lava via un po’ del dolore che mi è rimasto appiccicato, che io non voglio mica portarmelo a casa.

E, invece, con estrema concentrazione e contemporanea vaghezza, metto un passo in fila all’altro, che, prima o poi, alla macchina ci arrivo.

E’ un tempo di mezzo, tra la me stessa medico e la me stessa mamma e moglie, quella che diventerò non appena sarò entrata in casa.

Un tragitto di 500 m che sono una vita intera, in cui non sono niente, non sono più una e non sono ancora l’altra. Perchè ci va del tempo (il tempo che a me occorre per fare 500 m) per la trasformazione, per fare in modo che una non si confonda con l’altra e va bene anche la pioggia, che forse davvero lava via tutto.

E arrivo alla macchina che sono diversa. Prendo il telefono, anche la voce è cambiata.

“Ciao, sono io, tra mezz’ora sono a casa.”

 

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