Infermieri

Per una volta vi vorrei parlare di un mestiere che non conosco direttamente, ma con il quale, indirettamente, collaboro ogni giorno: l’infermiere.

Nel 1990 la Legge italiana ha stabilito che per accedere alla professione di infermiere sia necessario un titolo di studio universitario, legge attuata, poi, ufficialmente, nel 1996, anno in cui è stato stabilito, in via definitiva, che per poter diventare infermiere bisognasse prima conseguire un diploma di maturità di 5 anni e, successivamente, una laurea in Scienze Infermieristiche. Questa la storia detta in breve, se siete interessati ai dettagli leggete qui.

Fin qui niente di strano. La professione di operatore sanitario, qualunque sia il ruolo, è una professione delicata che non dipende solo da aspetti umani (motivo per cui, fino ad allora, la formazione professionale infermieristica era a cura delle suore, come se le suore fossero le depositarie uniche dei corretti rapporti umani, ma tant’è), ma anche, e soprattutto, ad aspetti tecnici e scientifici meritevoli di studio professionale e laico, come, ad esempio, quello universitario.

Una teoria più che ragionevole ha creato, però, un considerevole contraccolpo nei delicati e sempre instabili equilibri dei reparti. Questo è quello che vivo io da esterno e questo è quello di cui vorrei raccontarvi oggi.

Attualmente, nei nostri ospedali, lavorano sia infermieri della “vecchia guardia”, che hanno fatto la scuola infermieri dopo il biennio delle superiori, spesso dalle suore che lavoravano all’interno dell’ospedale, sia giovani infermieri, giovani per modo di dire perchè hanno circa 30 anni, che hanno conseguito la laurea universitaria, sia infermieri formati dalle suore che, a posteriori, hanno deciso, comunque, di iscriversi all’università e conseguire il titolo di “Dottore” in Scienze Infermieristiche.

E qui la prima nota dolente: il titolo di Dottore.

Se all’esterno degli ospedali Dottore è chiunque abbia una laurea, all’interno degli ospedali il titolo ha un significato specifico. Il Dottore con il camice bianco è il medico con laurea in Medicina e laurea di Specializzazione.

Su questo non sono disposta a discutere.

Due lauree, almeno 10 anni di studio, e un titolo.

Unico, semplice, lapidario e sempre lo stesso da centinaia di anni: Dottore.

Io non sono mai stata una di quelle che trattano gli infermieri come personale di servizio, ho grande, immensa stima per il loro lavoro e, se i sacrifici di mia madre non fossero stati sufficienti per pagarmi gli studi, quello avrei fatto nella vita e con molto orgoglio: l’Infermiera.

Il mio discorso è un altro e parte dall’importanza della comunicazione e dei ruoli all’interno di un reparto.

Quando un paziente si deve relazionare con un operatore deve sapere con chi ha a che fare e se tu indossi un camice bianco con stampato sopra il titolo di dottore e sotto, scritto piccolo-piccolo, “Scienze Infermieristiche”: stai barando. Stai fomentando un gioco degli equivoci che non porta a nulla. Sì, certo, per qualche istante avrai l’illusione di essere stato scambiato per medico, e allora? Che cosa ci avrai guadagnato? Niente.

Non c’è proprio niente di migliorativo per un infermiere nell’essere confuso per medico, innanzitutto perchè si tratta di due mestieri diversi e poi perchè l’infermiere ha un ruolo che io invidio molto.

L’infermiere è il vero anello di connessione tra paziente e medico.

Soprattuto dai pazienti anziani, ma non solo, l’infermiere è visto come un complice, uno “come lui”, quello a cui confidare le cose più imbarazzanti e intime (disturbi organici nel fare cacca o pipì, disturbi sessuali, dubbi sulle conseguenze degli interventi), tutti particolari ritenuti dal paziente “non nobili”, ma di fondamentale importanza nella quotidianità. E allora l’infermiere diventa il confidente, la spalla su cui appoggiarsi.

Molto spesso da noi, in Rianimazione, dopo i colloqui con i parenti, alla fine dei quali il medico è convinto di essersi spiegato chiaramente, i parenti sgattaiolano verso gli infermieri per chiedere chiarimenti, per porre quelle domande che non hanno fatto al medico perchè “non si sono osati”, o per la paura di fare la parte degli ignoranti.

E allora perchè confondere i ruoli quando si è i custodi dei più intimi segreti e dei dubbi più tragici?

Perdere questo ruolo vuol dire perdere la parte più umana della comunicazione, su cui ruota buona parte della fiducia tra sanitari e famiglie.

Un ulteriore problema risiede nella convivenza tra infermieri della vecchia e nuova generazione.

Io capisco che una persona che abbia impiegato tempo e denaro per acquisire una formazione universitaria abbia la voglia e la spinta a crescere e a progredire professionalmente e, ampi spazi, negli ultimi anni si sono aperti per gli infermieri. Non sono più, da tempo, quelli che lavano i malati e fanno il giro terapia come automi. Sono parte integrante del processo di cura con valutazione clinica quotidiana. Loro sono quelli che li lavano, che li toccano e che parlano con loro ogni giorno, più volte al giorno. Chi meglio di loro li tiene sotto controllo?

La voglia di crescere, però, non può diventare rabbiosa ricerca di spazi sempre più ampi, fino a voler effettuare manovre che da sempre sono di competenza medica. Capiamoci, molti miei infermieri sono perfettamente in grado di posizionare un cateterino arterioso, ma questo non può essere affidato a loro di routine, a meno che non si sottopongano a corsi di tot ore e abbiano effettuato un numero minimo di posizionamenti corretti. Questo non perchè siamo stronzi e gelosi, ma perchè noi l’abbiamo imparato durante il corso di specializzazione, corso che noi abbiamo fatto e gli infermieri no.

Nei reparti nascono delle vere e proprie faide e lotte di tiro alla corda tra medici e infermieri, e tra infermieri stessi su competenze e manovre. E questo non fa bene a nessuno.

La voglia di crescere non può essere voglia di fare cose che fino ad oggi hanno fatto altri, perchè questo non è crescere, ma diventare altro, un altro che non ha niente di più e niente di meglio. E’ solo “altro”.

La cosa più triste da vedere sono le faide interne in cui giovani e vecchi si strapazzano a vicenda. Ci sono i laureati e i non laureati e questo, a volte, viene fatto pesare. I laureati hanno competenze tecniche migliori, ma i non laureati, anche perchè più vecchi, hanno quell’esperienza e capacità di “leggere” il malato che agli altri manca.

Questo è ovviamente un discorso generale che ha le dovute e necessarie eccezioni, ma in linea generale questo è ciò che sta accadendo ed è un enorme peccato che le formazioni diverse non riescano a compensarsi, ma si separino su irte barricate.

Io faccio molta fatica a capire che cosa stia succedendo e del perchè ci sia questa voglia sempre crescente di allontanarsi dalla parte più materiale del lavoro di infermiere, per avvicinarsi sempre di più a quella tecnica, fatta di mere manovre invasive.

E non posso non pensare ad una delle mie infermiere più anziane, che dopo una interminabile riunione sui profili di posto mi ha detto: “Sai, io non ci capisco più niente. Non capisco cosa vogliano diventare. Io ho fatto l’infermiera perchè volevo fare l’infermiera e sapevo bene a cosa andavo incontro. Io non voglio prescrivere terapie o mettere grossi accessi venosi, perchè non è il mio lavoro, altrimenti avrei fatto il medico. Io voglio solo occuparmi dei malati. Perchè sono convinta che se uno è in un letto di ospedale è già abbastanza a disagio e, se si caga addosso e non è in grado di pulirsi e arrivo io e lo lavo e lo sistemo e lo lascio in un bel letto pulito, lo faccio felice. Ecco cosa voglio fare io: farli stare il meglio possibile mentre stanno male. Non stanno meglio solo per le vostre terapie, stanno meglio anche perchè io gli pulisco il culo.”

Mi sa che hai ragione da vendere.

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