Giuro che questa è l’ultima volta

Le reperibilità notturne sono, forse, la parte peggiore del nostro lavoro.

Il reperibile è quello che sta a casa con il telefono acceso e che per 12 ore, dalle 20 alle 8 del mattino, è disponibile per aiutare il collega, in turno in ospedale, in caso di interventi, o trasferimenti urgenti.

Esiste, chiaramente, una legislatura che regola le reperibilità, ma, sinceramente, non penso ve ne freghi più di tanto. Quello che però potrebbe essere interessante sapere è che, fino a qualche anno fa, per Legge, il reperibile: medico, tecnico, o infermiere che fosse, dovesse arrivare in ospedale entro 30 minuti dalla chiamata del centralino. Questo chiaramente determinava una serie infinita di problemi: innanzitutto dovevi andare a vivere entro un raggio di chilometri ben definito dal posto di lavoro, tenendo in considerazione non solo agenti atmosferici (la strada con il ghiaccio è percorribile in 30 minuti?), ma anche il traffico nelle ore di punta (io vivo in campagna, ma nelle metropoli certi tratti di strada li percorri prima a piedi che in macchina).

Fortunatamente questo cavillo è stato cambiato e ora il reperibile deve arrivare “Entro il minimo tempo possibile” dalla chiamata. Bene, almeno il primo comandamento delle emergenze viene rispettato: “Innanzitutto la sicurezza degli operatori”.

Ovviamente si tiene ancora come riferimento il limite dei 30 minuti, ma senza affanno e senza rischiare l’incidente per non violare la Legge.

Ora, se io non conoscessi gente che si è stampata in macchina mentre si fiondava in ospedale, perchè chiamato reperibile, probabilmente non vi avrei fatto tutto il pippone. Purtroppo, però, di colleghi finiti nel fosso con l’auto distrutta ne conosco parecchi e uno ci è pure morto, in quel fosso.

Anche perchè dovete considerare che, per quanto tu sappia di essere reperibile, e quindi tu dorma con un occhio solo, passare dal proprio letto alla strada, nel giro di pochi minuti, non è il massimo per la lucidità nella guida. Soprattutto se hai solo un pensiero in testa: arrivare il prima possibile, perchè c’è qualcuno che ha bisogno di te.

E, se ti hanno tirato giù dal letto nel cuore della notte, significa che qualcuno ha maledettamente bisogno di te.

Io abito in un raggio di chilometri un po’ al limite. Circa 20 minuti a strada sgombra e 30 con un po’ di traffico, ma, sinceramente, di notte, in campagna il traffico è un concetto piuttosto relativo.

Nonostante questo, quando sono reperibile io dormo vestita.

Cioè non proprio in jeans o tailleur, ma in tuta. Le scarpe già posizionate di fianco al letto, il giubbotto appeso all’ingresso con le chiavi della macchina in tasca e la borsa vicino.

Vi sembrerà una stronzata, ma vi assicuro che questo nevrotico rituale ossessivo mi consente di risparmiare circa 10 minuti. Che, in questi casi, fa la differenza.

Il mio problema maggiore, invece, è il clima.

Io vivo in collina, in una zona d’Italia in cui l’Inverno è una stagione di tutto rispetto, e vi posso assicurare che il ghiaccio, alle 3 del mattino, può trasformare i tornanti in una pista da bob.

Delle buone gomme e una guida prudente possono essere degli ottimi compari.

Assieme alla radio a tutto volume e alle giaculatorie, ovviamente.

La scorsa notte ero reperibile, dopo ben 12 ore di turno diurno. Giusto il tempo di tornare a casa, cenare con la mia famiglia, mettere a letto le bimbe e già il telefono suonava di nuovo: centralino dell’ospedale.

Due imprecazioni ben scandite e schiaccio il tasto verde: “Dottoressa, venga giù subito, c’è un trasporto urgente.”

Non rispondo nemmeno, rimetto il giubbotto, al marito non ho nemmeno bisogno di dire niente: ha sentito lo squillo e fa lo stesso lavoro. Da parte sua la solita laconica frase, la stessa che gli dico io, quando chiamano lui: “Vai piano.”

Piove come Dio la manda, ma conosco la strada a memoria, ogni curva, ogni dosso, ogni Autovelox. Alle volte, quando mi chiamano mentre sto dormendo profondamente, ho l’impressione che la macchina faccia da sola almeno la prima metà della strada, ma l’altra sera no. Sono sveglia, lucida e tranquilla, mentre canto a squarciagola con la radio a palla. Ancora un curvone e, poi, un rettilineo di tangenziale. Praticamente sono arrivata.

Una grossa pozzanghera al centro di un curvone e faccio un aquaplaning da manuale.

Non perdo del tutto il controllo dell’auto e la strada è deserta, rimango nella mia carreggiata.

Ma mi spavento a morte.

Ma tu guarda che modo di merda per farsi del male, o rimetterci la pelle. Come ultimo gesto eroico su questa terra, un aquaplaning su un curvone, perchè mi hanno chiamato reperibile. Che fine ingloriosa.

Penso alle mie bambine e a mio marito, ma il pensiero fa troppo male e, allora, penso al lavoro.

Come avrebbero fatto in ospedale, non vedendomi arrivare? Ah, bhe, avrebbero chiamato il secondo reperibile. Eh già, però ci va un’altra mezz’ora, magari di più, e quel povero cristo che dobbiamo trasportare? Chi glielo dice, poi, a lui e alla sua famiglia, che quella demente del reperibile è finita in un fosso?

Allora rallento, è passato solo un quarto d’ora dalla chiamata, c’è tutto il tempo necessario. Rallento che così, magari, in un colpo solo salvo la vita mia e di qualcun altro.

Arrivo in DEA trafelata, mentre mi metto la divisa il collega mi passa le consegne, ho incontrato alla bollatrice l’infermiera reperibile, anche lei con il fiatone. E’ la caposala del Pronto Soccorso, una colonna portante vera e propria, una vita in ospedale eppure fa ancora le reperibilità notturne per coprire i buchi.

Dopo pochi minuti ci ritroviamo in ambulanza. Io sistemo il paziente, lei i presidi, poi due colpi sul vetro che ci separa dagli autisti: “Dai, andiamo, mettete le sirene, che abbiamo fretta.”

Finalmente ci sediamo sui seggiolini, una di fronte all’altra.

“Che tempo di merda. A momenti esco di strada.”

“Eh, anch’io. I tornanti erano proprio viscidi.”

“Mi sono proprio spaventata e mi sono detta che non ne vale la pena. Domani vado dal capo e mi licenzio.

Giuro che questa è l’ultima volta.

L’ultima volta che rischio la pelle così.”

“Anch’io me lo sono detta stasera.

Giuro che questa è l’ultima volta.

Me lo dico da circa 30 anni.”

Appunto.

 

 

 

 

 

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