Ditemi qualcosa che non so

Finalmente quest’anno è saltato fuori, anche per me, uno sponsor per partecipare ad uno dei congressi nazionali più importanti, una sorta di appuntamento fisso per fare il punto sul nostro lavoro, un’occasione per vedere e toccare gli strumenti più nuovi, per ascoltare i luminari di mezzo mondo parlare la tua stessa lingua.

Perchè, alla fine, ospedalieri o universitari, australiani o italiani, assunti in grandi cliniche o in piccoli ospedali, sempre anestesisti-rianimatori siamo.

Armata delle migliori intenzioni e piena di voglia di scoprire qualche novità, entro a passo di marcia nell’atrio del centro congressi, attraverso l’area espositori, vado a registrarmi e via, mi infilo subito nell’aula in cui parlano i vip internazionali di uno degli argomenti cardine del nostro lavoro: lo shock settico.

Sono pronta e carica come una molla: cuffie con la traduzione simultanea, blocco appunti e penna in mano, sembro tornata specializzanda, non mi guardo nemmeno intorno per vedere se c’è qualcuno che conosco.

Il primo intervento scorre veloce, nessuna novità, ma una bella lezione magistrale di farmacologia.

Vabbè, dai, è sempre un piacere ascoltare uno dei padri fondatori che ti rispiega per l’ennesima volta le cose che sai, sembrano quasi delle novità.

Sembrano.

Sotto con un altro capoccione, dalla vecchia Europa passiamo all’Australia: un’ora ad ascoltare come sia stato provato, misurando parametri sempre più precisi, con marchingegni sempre più sofisticati, che quello che abbiamo fatto fino ad oggi, nella terapia dello shock, sia corretto.

Bene, ottimo. E’ consolante sapere che quello che nel nostro piccolo ospedale facciamo a spanne da anni, sia identico a ciò che fanno dall’altra parte del mondo utilizzando le micronanotecnologie di ‘stocazzo. Confortante.

Dài, Paola, sei la solita cinica, hanno introdotto l’argomento con i grandi classici, adesso arrivano al sodo e tirano fuori dal cappello una manovra, un farmaco, un modello terapeutico che rivoluzionerà completamente il tuo lavoro.

Passa il coffee break e si ricomincia.

Dall’Australia torniamo in Europa e questo distinto professore ci illumina, con delizioso accento francese, dicendo che, grazie a uno strumento modificato apposta dalla ditta per lui, anche il suo gruppo è giunto alla conclusione che sì, la terapia usata negli ultimi 10 anni è quella corretta.

Ok, inizio ad avere una vaghissima sensazione di presa per il culo, ma non perdo il sorriso. E’ ora di pranzo, sarà l’ipoglicemia.

La ripresa pomeridiana rimane sugli stessi toni.

Ok, ho sbagliato sessione, forse è meglio uscire e andare a vedere i poster.

Passo nella galleria dei poster, li guardo tutti, mi soffermo su tutte le conclusioni, poi mi cade l’occhio sugli autori: ciascuno dei professori che ha parlato oggi ha il proprio nome su almeno tre o quattro poster. Sì, esattamente quei poster nati da un lavoro ideato, strutturato e portato avanti dagli specializzandi, o, nella migliore delle ipotesi, dai neoassunti. Poi passa il professore e ci mette il suo nome. Si sa, è normale, una regola non scritta, forse è persino giusto. Forse.

Dai poster passo all’area espositori, provo tutto quello che mi fanno provare, ci sono macchinari davvero molto utili e molto ben fatti. Sembro una bambina fuori dal negozio di caramelle. Faccio anche una lista della spesa immaginaria, con tutto ciò che ci servirebbe, o anche solo che sarebbe comodo avere. Dopo tre stand ho accumulato una spesa di 20 mila euro, un budget che nel nostro reparto non avremo mai. Chissa quanto cazzo costava la sonda che quel trombone si è fatto modificare apposta dalla ditta. Circa 20 mila euro, immagino.

Vabbè, va, forse è meglio tornare in albergo.

Il giorno successivo un po’ dell’entusiasmo è scemato, ma io sono una zuccona e vado a sentire un’altra lezione in aula plenaria, altro argomento fondamentale, altri luminari a parlarne.

Dopo 10 minuto realizzo che i luminari sono sempre gli stessi, ma non solo gli stessi del giorno precedente, gli stessi da almeno 20 anni, probabilmente alla fine della stagione congressuale vengono messi sottovuoto e ritirati fuori all’inizio della stagione successiva: un colpo di battipanni, una stirata al completo di tweed e via, tutti sul palco.

Mentre sono persa in queste ridicole immagini, uno dei capoccioni di ieri si accalora sul palco per dirci che sì, chi l’avrebbe mai detto, l’acqua è bagnata e il fuoco brucia! Ormai sono rassegnata e ho deciso di non prendermela quando questo, con quell’arroganza tutta universitaria, che noto con soddisfazione essere internazionale, mostra una diapositiva identica a quella del giorno precedente: argomento diverso, titolo diverso, ma la stessa identica diapositiva con addirittura la stessa immagine buffa a sottolinearla.

E lì perdo la testa.

Il desiderio fortissimo sarebbe quello di alzarsi in piedi sulla sedia e gridare alla platea: “La corazzata Potiomkin è una cagata pazzesca.” Ma riesco a trattenermi, anche se non riesco a placare l’onda di rabbia che mi sale dal basso.

Brutti maledetti parrucconi, io lo so benissimo che da anni non mettete più piede in un reparto vero e che non toccate un malato chissà da quanto, ma almeno, fino a qualche anno fa, riuscivate, grazie allo sfruttamento degli specializzandi e dei nuovi giovani aiuti, a portare degli studi importanti, delle vere novità, addirittura rivoluzionarie, nel nostro lavoro. Ormai, invece, siete talmente arroganti e cristallizzati nella vostra aura da santoni, che il livello dei lavori portati è: “Abbiamo preso un gruppo di cessi antipatici e un gruppo di brillanti figaccioni e abbiamo scoperto che i brillanti figaccioni scopano di più. Però per dirlo con certezza abbiamo fatto delle analisi micromolecolari costosissime, mica cotica.”

Ma chi pensate di prendere per il culo? Il mio tempo è prezioso. Non ho, come voi, da riempire le settimane con congressi di fuffa perchè non ho un cazzo da fare tutto il giorno. Io lavoro (vi ricordate cos’è il lavoro, sì?) e, poi, ho una famiglia e una casa da seguire e, se volete una parte del mio preziosissimo tempo, per farmi venire qui, mi dovete almeno raccontare qualcosa di importante.

Ditemi qualcosa che non so. Cazzo.

Perchè che l’acqua è bagnata e i fighi trombano lo sappiamo tutti, da molti anni.

Fortunatamente arriva la pausa pranzo e mi fiondo fuori. Incontro il mio primario che, con aria desolata, mi comunica che, secondo le ultime indicazioni per prevenire le infezioni, noi non rispondiamo a nessun parametro: “Tra un po’ ci toccherà chiudere.”

Perchè questi hanno il potere di farsi modificare gli strumenti e passano il tempo a stilare protocolli senza pensare a chi, come noi, non ha i mezzi per cambiare tutta l’attrezzatura ogni 6 mesi e, poi, ai congressi, non solo ci prendono per il culo con i contenuti, ma ci trattano pure come i parenti poveri. Gli “Ultimi dopo gli ultimi” come dicono gli Indiani.

Finisco al tavolo del pranzo con due dottoresse sui 60 anni, due distinte signore che scopro essere primarie di due ospedali di medie-grandi dimensioni vicino alla mia ASL. Pare siano andate anche loro alla sessione sulla prevenzione delle infezioni.

“Se la mettono giù così, da lunedì tolgo due posti letto alla Rianimazione, così, visto che non assumono nuovi infermieri, per assicurare l’assistenza, riduco il numero dei malati.”

“Non puoi farlo, hai 12 posti letto, come fai a ricoverarne solo 10?”

“Che cazzo me ne frega! Prendo 2 letti e li porto negli scantinati, chiudo a chiave la porta della cantina e butto la chiave nel cesso, va bene?”

“Eh, brava, così ti riempi di malati cronici e la Neurochirurgia non può più operare. Così il Direttore Sanitario ti viene a prendere per la pelle del culo. Puoi togliere i letti se sai dove spostare i cronici.”

Uno dei miei tanti difetti consiste nell’avere la lingua che si muove più veloce del cervello. Non ho ancora finito il pensiero che mi sento già intromettermi nel discorso: “Semplice. Li metterete da noi e in tutti gli ospedali piccoli come il mio, no?”

“Cosa intendi dire?”

“Che le piccole Rianimazioni con 4-5 posti letto e senza le grosse chirurgie invasive, finiranno a fare i cronicari, le “lungo-degenze rianimatorie” di tutti i grandi ospedali del circondario. Così, finalmente, ci saranno ufficialmente ospedali di serie A e serie B e tutti i protocolli dei tromboni saranno rispettati.”

“Sì, cara, temo proprio di sì. Loro faranno protocolli sempre più serrati e noi ci affanneremo a rispettarli pur di non chiudere. Sarà sempre peggio.”

Una delle due carampane riempie a tutte tre il bicchiere di vino. “A noi che resisteremo.”

A noi che verremo sopraffatti.

 

 

 

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