Oggi è il giorno di diventare grandi

Qualche giorno fa un amico, nonchè collega, scrive: “Oggi è arrivato il giorno in cui mettere da parte l’orgoglio e smettere di dover dimostrare a tutti i costi di potercela fare, anche nei piccoli ospedali, nonostante tutto e contro tutti. Oggi ho indirizzato un mio paziente a un grosso centro, in cui hanno attrezzatura ed esperienza migliori della nostra. Oggi è il giorno di diventare grandi.”

Una frase, un pensiero, che sono quasi ovvi agli occhi di chiunque, ma che nascondono un mondo intero di decisioni e scelte, personali e professionali.

Molti di noi sono finiti in piccoli ospedali per scelta.

Esiste la convinzione, soprattutto in chi lavora in grandi centri, magari universitari, che chi lavori in piccoli ospedali di periferia, campagna, o montagna, sia arrivato lì perchè troppo scemo per lavorare in un grosso ospedale, arenato tutta la vita a fare cose semplici e banali, finendo così a morire professionalmente di lenta agonia. Una sorta di terzo mondo della sanità, in cui medici, poco più che inetti, curano una popolazione affetta cronicamente da cretinismo delle valli. Una sorta di microcomunità di idioti che si autogestiscono.

Ecco, non è propriamente così, anche se questo è ciò che si legge nei volti dei consulenti esterni, quando capitano in queste lande desolate, provenienti dai grandi ospedali. A volte mi stupisco che non ci parlino scandendo le parole a voce alta, come i Conquistadores con gli Indios, aiutandosi con i gesti.

Per non parlare degli amici che sono rimasti nei grandi centri e si riferiscono a noi, parlando di lavoro, come si parla di mariti a una povera e inconsolabile vedova, con delicatezza e facendo attenzione a non girare il dito nella piaga.

Dopo l’iniziale giramento di balle, ho imparato a riderci sopra, sinceramente vorrei vedere tutti questi professoroni, o presunti tali, durante uno di quei bei turni di notte, in cui, solo come un cane, devi gestire più di una urgenza contemporaneamente, con la Rianimazione piena di malati e nessuno specializzando che ti regga il manto.

Ma andiamo oltre, queste sono solo squallide beghe di famiglia.

Tutto ciò solo per farvi capire quanto la frase del collega parta da lontano, da un piccolo ospedale.

Io so molto bene cosa significhi lavorare ogni giorno in questa dimensione, dover far fronte a mille intoppi, dove molta parte del lavoro funziona bene perchè basato sui rapporti umani. I medici riescono a seguire il percorso del proprio paziente, proprio perchè è tutto più semplice e immediato, senza troppi bizantinismi a filtrare le relazioni: l’ecografia riesci a farla fare perchè alzi il telefono e chiami personalmente il radiologo, e di notte, se il tuo paziente ritorna in sala per una complicanza, il chirurgo che l’ha operato verrà avvisato dal collega e cercherà di essere presente.

Nei piccoli ospedali il rapporto umano è più semplice perchè siamo pochi, noi e i pazienti, e la gestione familiare, che non significa meno professionale, aiuta il percorso di cura.

Questo è ciò che sta alla base della scelta di lavorare nei piccoli centri. Perchè non sempre il grande, il moderno, l’avanguardia, sono fonte di irresistibile fascino.

Siamo qui perchè abbiamo scelto di essere qui, non perchè non avessimo alternative.

Lavorare in una dimensione di questo tipo porta, spesso, a considerare il proprio posto di lavoro come una parte intima di sè, una parte da difendere con forza e orgoglio, una cosa del tipo : “Sì, è un posto piccolo e sfigato, ma noi siamo dei professionisti seri e qui non manca niente per garantire un’ assistenza di ottimo livello.”

Ed è vero: è così.

E’ così nella stragrande maggioranza dei casi e ve lo dico trasudando orgoglio per quello che faccio e che vedo fare ogni giorno.

Arriva, però, il giorno, per tutti, in cui devi affrontare una situazione che non puoi risolvere, o, meglio, che magari potresti anche affrontare, sapendo bene, però, che vicino, o lontano, c’è chi lo fa più spesso e con più mezzi di te. Quindi può farlo meglio.

Di fronte hai il paziente che ha piena fiducia in te e che, magari, accetterebbe di restare lì, se tu glielo proponessi e, magari, andrebbe tutto a finire bene. Magari.

Ma lo scopo non è questo.

Lo scopo non è dimostrare di avercelo lungo e duro, più lungo e più duro di tutti gli altri, anche sei sei piccolo e sfigato.

Lo scopo è fornire al paziente la migliore assistenza possibile.

E il migliore non sei tu.

Inizi, quindi, a cercare il centro di riferimento per la sua situazione, telefoni, prendi accordi, ti assicuri che il tuo paziente finisca nelle migliori mani possibili. Scrivi una lettera di accompagnamento in cui racconti bene, per filo e per segno, tutta la storia, fino al punto in cui tu non puoi più fare nulla. A volte capita, addirittura, di dover convincere il paziente ad andare, perchè lui si fida di te, mica di quello lì che non lo conosce.

Ma oggi è il giorno in cui riconoscere i propri limiti e cedere il passo a chi può aiutare il nostro paziente meglio di noi.

Oggi è il giorno di diventare grandi.

 

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