La porta chiusa

A volte penso che non sia facile. A volte ho la certezza che sia maledettamente difficile.

Giornate come questa, in cui sono di turno, ma sono ancora convalescente, non sto ancora bene. Ho la tosse e la voglia di stare a casa mia, sul divano, mi fa venire il mal di testa, mentre sono qui e fa freddo e i pazienti stanno male.

Non è passata un’ora dal mio arrivo e sto già ricoverando. Siccome, però, la giornata ha deciso di mettersi per traverso in tutti i modi, sulla mia strada trovo anche il collega borioso.

Avete presente quelli che vi parlano con quel perenne mezzo ghigno sulla faccia, come se avessero appena mangiato una merda? Ecco, proprio quello. Solo che oggi non è giornata e non ho voglia di portare pazienza e, appena quello prova a lasciar cadere una mezza frase, insinuante, circa le mie capacità professionali, perdo le staffe e, con esse, il gergo professionale. Prima che il mio cervello mi ricordi il ruolo che rivesto, mi è già partito un “Vaffanculo, imbecille!” Di quelli che si tengono sempre in canna, che vanno bene per tutte le occasioni. Lo sibilo con lo sguardo verticale dei rettili. Non ne ho voglia, ma ho ancora meno voglia di spiegargli perchè, per cui me ne vado lasciando un’onda di gelo che lui si è meritato, ma io no.

Io non mi merito di venire a lavorare in questo perenne clima di guerra, con i coltelli affilati, in cui devo, sempre, essere pronta a mordere per non essere morsa. Da tutti: parenti, colleghi, superiori, inferiori. Chiunque.

Rientro in reparto furente, chiudo pesantemente la porta antipanico alle mie spalle. Se questo fosse un film ora mi dovrei appoggiare alla porta e scoppiare in lacrime e, invece, no. Chiudo forte e attraverso con lunghe e marziali falcate il corridoio del reparto. C’è solo un vantaggio, oggi, nell’essere il Rianimatore di guardia e sta proprio nella porta. Oggi la porta resta chiusa a meno che io non decida il contrario. Oggi non entra più nessuno.

Mi siedo alla scrivania e mi guardo intorno.

E li vedo.

Eccoli tutti lì i motivi per cui mi sveglio al mattino e mi trascino al lavoro anche con la febbre.

Un vero “parterre de rois” i miei pazienti.

La metà di loro non ha nessuna speranza di sopravvivere. Erano già talmente male in arnese in partenza, che la stessa influenza che mi ha fatto stare a letto due giorni, loro li ha quasi accoppati.

Quelle più sveglie hanno un Alzheimer galoppante: una non ha voluto farsi pettinare dalle infermiere, ma ha aspettato la nipote che le facesse le trecce. L’altra non riesce a memorizzare il nome dell’infermiera e, siccome Delfina è per lei troppo difficile, per un curioso salto carpiato sinaptico la chiama:”Quella col nome del pesce”.

Poi vedo lui.

Avrà 80 anni, ma sembrano 180.

Stamattina abbiamo ricoverato sua moglie: stessa età e stesso corredo di mille patologie. C’è da chiedersi come siano sopravvissuti fino ad ora. Lei immobile, sedata nel letto come una statua di cera, lui altrettanto immobile, ma seduto su una sedia di fianco a lei. Ormai sono cinque ore che le tiene la mano tra le sue.

Lei non ha fatto nemmeno una piega. Lui sembra non aspettarsi niente, come se, dopo cinquant’anni insieme, non abbiano nemmeno più bisogno di parlarsi. Ormai comunicano ad un altro livello. Lui le tiene una mano e appoggia la fronte sul letto.

Io lo guardo e penso che oggi è troppo per tutti e due, per me e per lui.

Diamoci del tu.

Oggi non abbiamo abbastanza strumenti noi due.

Facciamo così: restiamo qui, tanto stasera nessuno dei due può andare in un posto migliore. Tu lontano da lei e io lontano da qui.

Restiamo qui. Immobili.

Appesi in un tempo sospeso, in un luogo senza senso come questo, dove la vita non è ancora diventata morte. Dove tu resti con la testa appoggiata sul lenzuolo di lei e io osservo, furente, la parete di fronte a me. Dove entrambi non possiamo fare niente per evitare che questo accada.

Restiamo qui, in questo silenzio muto e persistente, mentre il tuo dolore e la mia rabbia pressano fuori dalla porta chiusa.

Ma non temere, questa sera non ci avranno.

Questa sera non apro più a nessuno.

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