Nemmeno le puttane

Più di una volta vi ho ripetuto una volgare verità: fare il medico non è una missione, ma un mestiere.

E’ una distinzione necessaria, perchè su questa romantica cazzata: “Fare il medico è come fare il prete: una missione, una chiamata” si basa la maggior parte delle rotture di coglioni che subiamo quotidianamente.

Vado a spiegarmi.

Ogni giorno, sul lavoro, noi rispondiamo per ore alle necessità, alle richieste d’aiuto di numerose persone. Spesso alle richieste di aiuto fisico, si sommano le richieste emotive. I nostri pazienti non hanno bisogno solo della nostra scienza, ma anche della nostra attenzione, della nostra capacità di ascoltare e capire, di saper tranquillizzare e rasserenare.

Ma questo non vuol dire, per nessun motivo, che questa sia una missione. E’ proprio il nostro lavoro che è fatto così, è la nostra professionalità che lo richiede. Se un uomo è fatto di corpo e mente, se vuoi guarire un uomo dovrai occuparti del corpo, senza dimenticare mai la mente.

Nessun Cherubino platinato mi è apparso in sogno e, inondandomi di luce, mi ha predetto:”Tu farai il medico!”. Tanto quanto nessun Dio barbuto, di una qualsivoglia religione, mi ha chiamato tra i figli di Ippocrate.

No, ho sempre avuto una mente scientifica e una spiccata capacità nell’entrare in sintonia con le persone. Ho un ottimo autocontrollo e il sangue mi lascia indifferente.

Quindi ho fatto il medico.

Portare il medico dal livello professionale al livello mistico-religioso ha una conseguenza fondamentale: pensare che il medico sia sempre pervaso dal sacro fuoco, sia sempre completamente immerso nella sua professione, non possa, proprio come in un sacro vincolo, smettere mai di esercitare. Non solo non possa, ma nemmeno lo voglia, perchè prova sempre un assoluto piacere nell’essere interpellato, in ogni momento e in ogni occasione, da potenziali pazienti.

Non è vero.

Se non sto lavorando non me ne frega un cazzo di come stiate.

Qualsiasi medico io conosca viene disturbato (sì, il verbo è proprio disturbare) nelle situazioni più diverse e inopportune.

Può capitare che tu stia facendo la spesa al mercato, comprando arance e mandarini, mentre tua figlia ti stia parlando di nonsocosa, e, mentre cerchi sul fondo della borsa il portafogli, arrivi un semisconosciuto e attacchi la solfa: “Dottoressa, meno male che l’ho incontrata! Vede questa crosticina che ho qui all’angolo della bocca? Ecco, da due giorni sto mettendo la crema che mi ha dato la farmacista, cosa dice vado avanti, o ha un’altra crema da suggerirmi?”.

Ma cosa cazzo me ne frega, in questa assolata domenica mattina, del tuo taglio, della tua crema e pure del farmacista! Sono in giro con le mie figlie, a vivere la mia vita e tu ci entri di testa, con prepotenza e arroganza. Con quale diritto credi di poter approfittare della mia professionalità, delle mie capacità, degli anni di studio e dei sacrifici che ho fatto, tirandomi la giacca in mezzo a una piazza.

Nemmeno le puttane si importunano per strada, per farle lavorare gratis.

Vuoi una visita? Bene, mi chiedi il numero, saluti, te ne vai e telefoni nei giorni feriali per prendere un appuntamento.

Vuoi scroccare una consulenza gratuita in mezzo a una strada? Bene, vai a fare in culo.

Non sto parlando degli amici, che di solito sono i più discreti nel chiedere consigli e aiuto, parlo di chi si avvicina al tuo tavolino, mentre, finalmente, ti stai prendendo un aperitivo con tuo marito, per parlarti delle sue emorroidi.

Parlo di quelli che si arrogano il diritto di citofonarmi alle 8,00 della domenica mattina, che “Così sono sicuramente a casa.”

Parlo di quelli che, in una serata tra amici, appena sanno che fai il medico, ti attaccano un bottone allucinante sulla loro storia clinica, come se tu non aspettassi altro dalla serata.

Questo lavoro non è una missione, ma è molto faticoso. Quando, finalmente, non stiamo lavorando e non siamo reperibili, vogliamo solo dedicarci alla nostra vita fuori da lì. Vogliamo stare con i figli, andare al cinema, bere un aperitivo e sbattercene completamente le balle della vostra salute.

Non è cattiveria, è solo l’unica alternativa per sopravvivere. Questo mestiere ti mangia già a sufficienza nelle ore in cui eserciti, per cui devi avere, per poter ricominciare il giorno successivo, una vita libera dai problemi degli altri, una vita che contempli solo il benessere e la salute delle persone che ami, una vita che solo in quelle ore può avere tutta la tua concentrazione.

E io, pezzi, anche piccoli, di questa vita, non li regalo a nessuno.

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