I miei bambini

E’ davvero curioso il fatto che i miei nipoti siano tutti nati con taglio cesareo. Ovvero in qualche modo abbiano avuto bisogno dell’anestesista, cioè di me.

Il primo no, perchè è nato all’estero e io sono arrivata in ritardo, però quando è arrivato nella stanza sono stata la prima a prenderlo in braccio.

Sì, è una mia fisima, i miei nipotini devo prenderli in braccio per prima. Così, per soppesarli al mondo, per fare un’accoglienza in una qualche maniera scientifica: “Benvenuto, questo c’è ed è il meglio che possiamo offrirti.”

I miei bambini belli, due maschi e una femmina, hanno avuto un sacco di guai nascendo.

I primi due dopo la sala operatoria sono finiti in terapia intensiva neonatale, quei posti fragili e miracolosi, dove piccoli umani delicati diventano persone, dove i macchinari sono così sottili e delicati che io ho avuto paura di toccarli.

Il mio primo nipote ha i capelli rossi e una risonanza magnetica che fa paura. Tre emorragie cerebrali  e una prognosi che è un punto interrogativo. Lo portano in stanza e io mi precipito a prendere questo fagotto rosso. L’altra zia che dichiara:”Chissenefrega, diventerà quello che vuole.”

E’ diventato un pilone di mischia della sua squadra di rugby, è un meraviglioso paraculo con i capelli rossi, poteva essere diverso, poteva essere assai più difficile, ma sarebbe stato comunque il nostro bambino.

Parimenti mi ricordo molto bene il primo giorno in cui la mia nipotina ha respirato da sola. Il neonatologo era la mia compagna di università:”Prendila in braccio, dai, che poi oggi la dimettiamo.”

Io l’ho presa, tirata fuori dall’incubatrice e cullata, cantando una canzone qualunque. Ero incinta di sei mesi di quella che sarebbe diventata la sua prima amica. Lei scampata, che respirava con dei polmoni sgangherati, appoggiata sulla pancia che conteneva la sua migliore amica.

Io non so, con esattezza, perchè ‘sti nipotacchi mi abbiano fatto tribolare tanto, ma di sicuro ero preparata all’arrivo dell’ultimo, oggi.

Ok, arrivi tu oltre tempo massimo per tutti, ne abbiamo viste di tutti i colori, siamo pronti, io arrivo da un ospedale lontano, solo per far arrivare te.

E mi ritrovo ad accarezzare le guance di mia sorella, quella che mi terrorizzava, da bambina, con i racconti sugli zombi, mentre preparano la strada per il suo bambino. Le sussurro nelle orecchie storie inutili, lei sorride e fa finta di ascoltare.

Poi lui arriva con la sua lieve irruenza. Piange, scalcia, io lo porto dalla mamma, poi fotografo il papà con sorriso cristallizzato. Questa volta è andato tutto bene. Sembra quasi incredibile.

Poi torno a casa a dare la buona notizia, perchè tutti i cuginetti aspettano.

Guardo tutti questi bambinetti che conosco dal loro primo pianto.

“Mamma, come è andata?”

Tutto bene, amori miei, tutto bene.

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