‘Notte.

Sono stata chiamata in reperibilità subito alle 20, sia io, sia il secondo reperibile. Io sono finita su una ambulanza per un trasporto e il mio collega in sala operatoria.

Il mio trasporto sembrava la cosa peggiore: un viaggio piuttosto lungo, un paziente con un quadro clinico non del tutto chiaro. Insomma, esattamente quello che non ti auguri di notte, anche se, in verità, si è rivelato essere molto meno complesso di quanto non sembrasse. Un viaggio tranquillo, nessun imprevisto: arriviamo, diamo consegne e lasciamo il paziente. Prima che me ne accorga sono già di nuovo in ambulanza, le luci abbassate, l’adrenalina che cala. Se trovo il modo di puntellare le ginocchia riesco pure a farmi un pisolino.

Agli altri non va altrettanto bene, anzi, va nel peggiore dei modi, me lo dice appena rientro in reparto il collega di guardia. Il paziente è morto. Era un quadro disperato, l’hanno portato comunque in sala operatoria, hanno fatto il possibile, ma, a volte, il possibile non è abbastanza. Avrei voluto salutare il collega della sala, so come ci si sente, ma è appena uscito.

Allora mi cambio anch’io, bevo un caffè, che la strada fino a casa è lunga ed è notte e io ne avrei già abbastanza. Qualche parola di circostanza con il collega di guardia e gli infermieri, sinceramente non faccio nemmeno caso all’argomento, saluto, chiudo bene il giubbotto e la porta dietro di me.

Quando esco nel cortile interno è talmente tardi, che è già presto.

Vedo il mio amico chirurgo che era in sala sull’intervento di questa notte. Si muove lento e pesante, mentre si avvicina alla bici legata al palo, come se avesse i piedi di pietra, ma le gambe di fango, ogni passo una fatica senza senso, ogni passo con la voglia di fermarsi e non camminare più.

“Ehi, ciao.”

“Oh, ciao, sei tornata solo adesso?”

“Eh sì, il viaggio è lungo.”

“lo so, me l’hanno detto. L’hai vista brutta?”

“No, è andato tutto bene, meglio di quanto pensassi.”

“Mh. Bene.”

“Già.”

“Io ho fatto il morto in sala.”

Non mi guarda nemmeno mentre lo dice, come se stesse parlando di turni, del tempo, di una cazzata qualsiasi. Mi rende partecipe di una enormità umana, mentre sembra che tutta la sua concentrazione sia rivolta alla chiusura lampo del giubbotto, che non vuole salire. Il mento sul petto e gli occhi rivolti alle dita, mentre mi parla con un angolo della bocca, perchè ha la sigaretta spenta tra le labbra.

Non c’è un tono dolente nella voce, nemmeno un’incrinatura di pianto. Mi ha comunicato un fatto con tono neutro, ma, anche tenendo la giusta distanza di sicurezza, usa la frase che conosciamo tutti: “Ho fatto il morto”.

Non “Il paziente è morto”.

E’ diverso, perchè se hai fatto il morto, quello è il tuo morto, quello che hai fatto tu, non perchè l’hai ferito, o ucciso tu, non perchè la sua morte sia dovuta a un tuo errore, ma perchè tu eri lì, lui si è affidato a te e tu non hai potuto fare niente. Tu hai fatto il morto.

Conosco il controllo della mimica facciale, conosco la lentezza dei gesti, mentre apre il lucchetto della catena, conosco il gelo delle parole. E’ tutto misurato, è tutto calibrato nel minimo dettaglio, è l’unico modo per controllare i sentimenti che ti si annodano dentro, è l’unico modo per non andare in mille piccoli pezzi nel bel mezzo di questo lurido cortile, in una notte che è quasi giorno, mentre fa freddo e forse domani nevicherà ancora.

Lo guardo con attenzione nei suoi movimenti lenti, come se la mia concentrazione potesse alleggerire i suoi gesti e i suoi pensieri.

“Lo so me l’hanno detto. Succede.”

“Sì, è vero, succede. Avrei preferito che non succedesse, ma succede.”

Potremmo continuare per sempre questa inutile conversazione, chiusi nei giubbotti, inchiodati con i piedi all’asfalto. Sono ore, giorni, anni, una vita intera che siamo in questo ospedale, eppure nessuno dei due sembra avere fretta di andarsene. Come se dovessimo restare qui fino alla fine di questa tristissima manfrina.

Mi metto anch’io a fare qualcosa, cerco le chiavi della macchina nel fondo della borsa, lui ancora non mi guarda, mentre sistema lo zaino sulle spalle, la sigaretta ancora spenta in bocca.

“Fai attenzione ai tornanti tornando a casa, non ti addormentare.”

“Tranquillo, ho preso il caffè. Tu, piuttosto, accendi il faretto della bici.”

Sento lo scatto del faretto, poi il click del bottoncino del bavero del giubbotto, chiuso bene a coprire il mento, che non c’è mai un bavero abbastanza alto quando serve. Poi, finalmente, lo scatto dell’accendino e la fiammella azzurra. Non fumo, ormai, da un anno e nemmeno ne sento il bisogno, ma stanotte faccio un lungo respiro che vorrebbe essere di comprensione, mentre mi serve solo ad aspirare tutto il fumo passivo che riesco. E lui lo sa.

Mi guarda, sorride: ” ‘Notte, Paole’.”

Lo guardo, sorrido.

Due pedalate e scompare.

‘Notte.

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