Li abbiamo abbandonati

“Signora, ascolti e cerchi di fare uno sforzo, lei sa dirmi se suo figlio prendeva questa medicina? E’ importante, per noi, saperlo.”

“Ma sì che ne so io, stava con noi da poco. Da quando si è separato stava con mia mamma, poi lei, adesso, l’ho messa al ricovero che è andata via di testa e allora lui è venuto da noi. Perchè, sa, io vivo già con quest’altro mio figlio, che ha tutti i suoi problemi di salute. Lavora e fa tutto in casa, eh, ma è rimasto un masnà cìt, un bambino piccolo, e già devo stare dietro alle sue medicine e alle mie, non è che posso stare dietro anche a quelle dell’altro.”

“Lo so, ha ragione, però per noi è davvero importante saperlo. A casa immagino che lui tenga le sue cose in un cassetto, o in un sacchetto, giusto?”

Mi guarda con quel misto di attenzione e incomprensione che ha mia figlia piccola quando le spiego qualcosa, che lei percepisce come importante, ma della quale ignora il significato: occhi sgranati oltre misura e la bocca un filo aperta. Il figlio di fianco a lei mantiene la sua stessa compostezza artificiosa, quasi ridicola, ma si distrae apertamente, guardando fuori dalla finestra e sorridendo di un pensiero buffo, come un masnà cìt.

Lei annuisce vigorosamente con la testa:”Si, si, ha un sacchetto sul comodino, dove tiene tutto!”

“Bene, dovrebbe portarci quel sacchetto subito, così vediamo quali medicine contiene.”

“Eh, ma non posso, ve le porto domani quando torniamo. Oggi ci ha accompagnati un mio cugino che doveva venire in città a fare delle commissioni e stasera ci riporta su. In corriera, poi, non ho la corsa per tornare indietro.”

La lentezza con cui parlo fa il paio con la frustrazione, che mi cresce dentro come una marea. Non voglio spingerli in un dolore che ho paura non abbiano i mezzi per affrontare, mentre io non ho il tempo per traghettarli morbidamente verso la realtà delle cose.

Ma non ho scelta.

“Signora suo figlio sta morendo. Probabilmente si è intossicato con una medicina per il diabete, ma è importante per noi sapere se lui prendeva questa medicina, o no. Capisce cosa le sto dicendo?”

Gli occhi grandi adesso sono pieni di lacrime, le mie parole hanno catturato anche l’attenzione dell’altro figlio. Gli occhi grandi ora sono quattro.

Parla per la prima volta anche il Nefrologo vicino a me: “Se lui ha preso la medicina noi possiamo dializzarlo e provare a lavarla via dal suo corpo, sperando che basti, ma se lui non la prende, allora la dialisi potrebbe peggiorare, ulteriormente, le sue condizioni. Non ha una vicina, una parente alla quale telefonare e che possa andare a casa sua e guardare nel sacchetto per dirci cosa contiene?”

Non parlano nemmeno più, fanno solo no con la testa, come due bambolotti.

“Signora, sa il nome del medico di base di suo figlio?”

“Lo so io!”

E’ il fratello a parlare, quasi a strillare, con soddisfazione:”Si chiama Rossi, perchè ha lo studio con il nostro, solo che quello mio e della mamma c’è i giorni pari, mentre il suo c’è nei giorni dispari. Quando aspetto il mio turno leggo sempre la targhetta appesa.”

Sorridiamo, il Nefrologo e io, alzandoci di scatto dalle sedie:”Ottimo, grazie, grazie davvero.”

Li lasciamo lì, composti e disperati, seduti come se attendessero la corriera sulla panchina del paese.

Corriamo in centralina al primo telefono libero, cerchiamo su internet, lo troviamo, è uno studio associato. Iniziamo a comporre i numeri indicati.

Segreteria.

Lascio un messaggio.

Chiamiamo il numero di uno degli associati.

Segreteria.

Chiamo tutti i numeri di tutti gli associati.

Non trovo nessuno.

Con l’entusiasmo di una palla sgonfia, mi volto verso il Nefrologo, che mi ha dettato i numeri e che ora fissa il monitor con rabbia, in piedi, con i pugni chiusi appoggiati sulla scrivania. Se non fosse l’uomo più mite che conosca, avrei paura che da un momento all’altro possa colpire il computer con violenza.

Non si volta nemmeno a guardarmi, mentre parla:

“Li abbiamo abbandonati.”

“Chi ha abbandonato chi?”

Sono particolarmente perspicace sotto stress.

“Il Sistema Sanitario, cioè noi. Noi abbiamo abbandonato questi tre poveri disgraziati a se stessi. Il Sistema Sanitario li ha abbandonati alle loro malattie. Non sono tre scienziati, ma non per questo meritano tutta questa superficialità. Li abbiamo abbandonati, perchè non basta dar loro un medico, una diagnosi e dei farmaci, perchè se non ci siamo resi conto della loro situazione e abbiamo prescritto loro dei farmaci potenzialmente letali, che devono essere assunti con attenzione e non li abbiamo seguiti, e nessuno si è interessato se e come li prendono, allora li abbiamo abbandonati. Anzi li abbiamo abbandonati con una pistola vera e carica in mano, dicendo loro che si tratta di un giocattolino, di maneggiarla tranquillamente da soli e di non preoccuparsi, perchè appena finite le pallottole avrebbero potuto tornare da noi, medici e sapienti, che gliene avremmo prescritte delle altre, oppure gli avremmo dato armi nuove di zecca. Li abbiamo abbandonati perchè questi vivono in un limbo tra le persone con un quoziente intellettivo normale, come noi, e le persone con deficit cognitivo evidente, che vengono seguiti dai servizi sociali. Loro no, non sono nemmeno soli, sono addirittura una famiglia, mamma e due figli, lavorano tutti e tre e, probabilmente, vivono in una casa dignitosa e pulita, quindi nessuno si preoccupa per loro, peccato che a tutti e tre manchi quello scatto in più che permetta a loro di capire l’importanza di alcune piccole attenzioni e finezze che fanno la differenza in questi casi. La differenza tra assumere una terapia e finire in Rianimazione intossicato involontariamente dai farmaci. Li abbiamo abbandonati, perchè ci siamo dimenticati di aggiornare i nostri numeri di telefono su internet. Li abbiamo abbandonati, perchè loro sono mediocri e noi siamo dei poveri stronzi.”

Ci penso un attimo e non mi viene niente di intelligente da dire. Vorrei dire che no, non è vero, nessuno li ha abbandonati, nessuno ha sottovalutato, nessuno gli ha caricato il fucile, ma non riesco ad essere convincente nemmeno con me stessa.

Si gira e mi fissa. Inizio, sinceramente, a rivalutare la sua nota mitezza.

Mi guarda negli occhi e non mi vede. Vede il fallimento, la tristezza di questa povera famiglia, l’assai probabile prognosi infausta del paziente. Vede i suoi mostri, quelli contro cui, come ciascuno di noi, ogni giorno combatte.

“Io lo dializzo comunque. Tanto, ormai, è spacciato. Proviamo ugualmente a ripulirlo. Non può essere altro, sono convinto che sia quello. Vado a preparare la macchina.”

“Va bene. Vado a mettergli il catetere.”

Che io non so mai bene dove stia la verità, ma i cateteri li metto da Dio.

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