Mi fa male

“Quindi domani ci sei tu sul grosso intervento della Ginecologia?”

Sì, ci sono io.

Un po’ per caso, un po’ perchè sono quasi sempre in quella sala operatoria e, sinceramente, non mi dispiace affatto.

Ormai l’attività chirurgica è sempre più ridotta, iniziano a sentirsi gli effetti a lungo e, assai probabilmente, duraturo termine della riduzione dei finanziamenti, del mancato reintegro del personale, della centralizzazione della chirurgia specialistica.

Tutto giusto, tutto corretto e noi di questa giustizia stiamo lentamente morendo.

I piccoli ospedali stanno morendo di consunzione, così come quelli che sono, ormai, la maggior parte dei nostri pazienti: vecchi, malati, stanchi, con nessuno che si prenda sufficiente affanno per la loro guarigione.

Anche la nostra professionalità farà, lentamente, la stessa fine. Interventi sempre più semplici tecnicamente, con anestesie sempre più elementari.

Quanto fa male formulare questo pensiero, mi fa un male sordo e persistente, di quelli che, alla fine, ti ci abitui pure e non ci fai più caso, finchè non fai un movimento nuovo e quasi dimenticato e il dolore si riacutizza per un istante, a ricordarti che lui è sempre lì, che non se n’è mai andato.

E’ esattamente questo l’effetto che mi ha fatto sapere di dover addormentare una paziente per un grosso intervento, “quel” grosso intervento, che in questo ospedale non facciamo da almeno due anni.

Mi preparo a sfoderare tutto il corredo di presidi anestesiologici del caso: catetere peridurale, catetere arterioso, catetere venoso centrale e monitoraggio invasivo.

Il giorno prima vado a parlare con la paziente, per presentarmi, spiegarle cosa succederà, provare a creare un piccolo ponte di fiducia per quelle che saranno le lunghe ore in cui dovrò traghettarla il giorno successivo.

Entro e la vedo in tutta la sua minuta figura, sprofondata nel letto. Troppo giovane per dover avere già bisogno di una chirurgia così aggressiva.

E mi vergogno.

Mi vergogno perchè penso che, forse, hanno ragione gli amministratori, che noi siamo troppo piccoli per fare interventi così grandi, forse non abbiamo abbastanza esperienza, abbastanza risorse.

Forse noi stessi non siamo più abbastanza per i nostri pazienti.

Forse dovrebbe anche lei andarsene via, come tanti altri prima di lei, andare in un ospedale più grande, più fornito, meno agonizzante di questo.

Però lei sta male e io, nel gioco delle parti, sono la Fiducia e la Speranza, per cui sfodero un largo sorriso, come faccio ogni volta che mi sento inadeguata.

“Buongiorno, signora, io sono l’anestesista che l’addormenterà domani.”

Lei risponde al sorriso con la stessa mia falsità. Molti denti e poca voglia di ridere.

Iniziamo a parlare di tutte quelle cose di cui parlano medici e pazienti, un misto di descrizioni tecniche e confidenze, termini scientifici e battute sciocche.

Però un tarlo continua a ribollirmi dentro, ma non riesco a formulare la domanda che vorrei e dovrei fare, anche se ho bisogno di capire e di sentirmelo dire.

Non so se i miei pensieri siano così evidenti, o se lei abbia il mio stesso bisogno di spiegare e capire, ma, alla fine, è lei stessa a dire ciò che io non oso domandare.

“Si starà chiedendo perchè ho deciso di sottopormi qui a questo intervento.”

“No signora, ma se vuole dirmelo la ascolto.” Si, posso essere una formidabile bugiarda grondante ottimismo.

“Sono figlia unica, non sono sposata, non ho un compagno e nemmeno dei figli. Vivo con mia madre che ora è anziana e ha avuto un mezzo ictus e si agita anche solo per le piccole cose. Non posso dirle che ho il cancro, perchè si spaventerebbe e non posso nemmeno andare chissadove a farmi operare. Se resto qui la badante di mia madre e sua sorella possono organizzarsi e fare a turno per venire qui in ospedale  e a casa da mia mamma. Sa, non hanno la patente, non potrebbero mai venire in un altro ospedale, grosso e lontano, e io non potrò stare da sola nei prossimi giorni.

Non ho detto nemmeno a mia madre che starò in Rianimazione dopo l’intervento, tanto si affannerebbe senza nessun motivo. Le ho detto che devo fare un interventino, che starò via qualche giorno, tanto per lei, in casa e con l’ictus, il tempo è un concetto relativo, qualche giorno, o qualche settimana, non fa differenza.

In realtà niente fa differenza. Io non ho scelta e voi nemmeno. Se deve andare bene andrà bene, altrimenti sarà uno schifo comunque. Allora preferisco che sia uno schifo qui, che del ginecologo mi fido, che lo conosco da una vita, che l’ospedale è vicino  a casa e mia cugina, magari, riesce a passare tutti i giorni.

Poi c’è lei che è così gentile e se domani c’è lei, io già mi sento meglio.”

Io no, io mi sento male, di un male centrale e ingiusto, per me e per lei, ma non sarò di certo io a far crollare un castello dal così delicato equilibrio.

Forse non siamo così inadeguati e spersi, forse la fiducia è la medicina che ci può guarire.

“Stia tranquilla, andrà tutto bene. Ci vediamo domani.”

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