Occhi grandi

“Ma cosa è successo?”

“Tutto quello che so è che è stato punto da quattro calabroni.”

“Quattro? Strano che sia ancora vivo…”

“Mha, questo è quello che hanno detto quelli che l’hanno scaricato qui con il furgone. L’hanno portato dalla vigna a qui e poi sono spariti. Non sappiamo niente di lui e non ha documenti.”

Lo shock anafilattico da puntura di calabrone è una eventualità non così remota da queste parti. Buona parte dell’economia gira intorno all’agricoltura e in questa stagione, con questo caldo, tutti lavorano sbracciati, o a torso nudo, ed è molto facile essere punti da insetti e bestiacce in generale.

Quello che non è comune è questo paziente.

Sembra avere circa vent’anni, ma forse anche meno, ma non credo sia minorenne, anche perchè, per quanto sia illegale avere manovalanza clandestina, se questa dovesse essere minorenne, i guai per il proprietario del terreno sarebbero davvero enormi. No, se possono certe grane le evitano, se non ha 18 anni, ne ha almeno dichiarati tali quando gli hanno offerto il lavoro in campagna.

Non è facile capire l’etnia, minuto e sottile come un indiano, ma scuro di carnagione, anche se non scurissimo. Sembra cingalese, o giù di lì. Non parla una parola di italiano, ne’ la comprende.

Siamo in quattro attorno a lui: io, il medico d’urgenza e due infermiere. Abbiamo provato con tutte le lingue che conosciamo: italiano, francese, inglese, spagnolo e tedesco, ma niente. Scrolla solo il capo e sta talmente male che non ha nemmeno la forza di parlare nella sua lingua.

Ben presto smettiamo di parlargli e ci limitiamo a sorridergli, mentre, silenziosi, ci muoviamo veloci per stabilizzarlo. Monitorizzazione, ossigeno, due grossi accessi periferici, adrenalina, cortisone, antistaminico. Non parliamo nemmeno più tra di noi, ci limitiamo a girare intorno alla barella, ciascuno a fare quello che deve, mentre ci prepariamo a portarlo in Rianimazione.

Ci chiudiamo in questa saletta d’urgenza come in una città fortificata. Qualunque cosa sia successa là fuori, qualsiasi sia la tua storia, ora sei qui e noi siamo chiusi qui dentro con te. Abbiamo con noi tutto ciò che ci serve, da adesso in avanti quello che abbiamo chiuso fuori non può più farti del male.

Quando lo scopro ha una pancia piatta e glabra da ragazzino, ricoperta di pomfi. Alzo gli occhi e vedo che anche l’internista ha i miei stessi pensieri, ma li traduce in Medicina: “Non ha cicatrici, non è mai stato operato. E’ così giovane che probabilmente è in buona salute.”

Ma non è quello che sta pensando, perchè non è nemmeno quello che sto pensando io. Entrambi guardiamo quel corpo con la pelle orripilata e non sappiamo cosa si possa provare ad essere così giovani e così soli, in un luogo che non è casa tua e che forse non sai nemmeno dove si trovi nel mondo. Non capisci la lingua che ti stanno parlando e non sai dove sei, sai solo che stai male, molto male e tutti quelli che ti circondano ti toccano, ti palpano, ti bucano, ti procurano dolore e fastidio e tu non sai nemmeno cosa significhi tutto questo. Sai che forse morirai prima che conoscano il tuo nome.

Lo guardo in viso ancora una volta e ancora una volta gli sorrido.

Lui no, lui spalanca ancora di più gli occhi.

Occhi grandi come la fame, direbbe mia nonna.

Occhi grandi di paura.

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