Si guarisce.

Capisco che è entrata prima ancora di vederla.

Quando sono seduta alla scrivania dell’ambulatorio volto le spalle alla porta, ma, improvvisamente, sento che si è fermata nello specchio della porta, forse perchè scherma la luce che entra dal corridoio, ma non solo.

Poi mi giro e la vedo e capisco perchè ho avvertito la sua presenza.

Ferma e impettita, quasi sull’attenti, una bella donna alta, magra e terrorizzata emana paura e angoscia in tutta la stanza, come un secchio rovesciato sul pavimento, da cui una vernice densa si allarga, lenta e inesorabile, sul pavimento pulito.

La invito a entrare e a sedersi di fronte a me. Lei attraversa la stanza con passo che vorrebbe essere sicuro, ma risulta traballante, non per i sandali dai tacchi alti, ma perchè tutto il suo corpo sembra vibrare. Ha un bellissimo abito di crêpe color geranio che le cade perfettamente, ne’ troppo sexy, ne’ troppo infantile, molto elegante.

Pochi minuti prima del suo arrivo mi ha telefonato il senologo: “Paola, senti, lo so che non è prenotata, ma ho qui una paziente di 45 anni che domani devo operare urgentemente. E’ arrivato il risultato della biopsia e ha un carcinoma dei peggiori al seno. Voglio operarla domani e devo chiederti per favore di valutarla oggi. Puoi?”.

Certo che posso, non scherziamo nemmeno: “Mandamela giù.”

E lei arriva, rigida e frastornata. Si siede compostamente sulla sedia e appoggia le mani sulla scrivania. No, non le appoggia, si aggrappa letteralmente al tavolo, come se tutte le sue forze fossero concentrate nel cercare di mantenere il controllo, di mantenere insieme tutti i pezzi della sua persona, come se aggrapparsi alla scrivania potesse impedirle di andare alla deriva, o di finire in frantumi sul pavimento di linoleum di fronte a me.

Inizio la visita. Solo quando ripeto la domanda per la seconda volta sembra sentirmi, sembra accorgersi della mia presenza nella stanza: “Come, scusi?”

“Le ho chiesto quanti chili pesa.”

Mi fissa con uno sguardo di vetro ancora qualche istante. Non mi vede, non mi percepisce nemmeno nello spazio intorno a se’. E’ talmente sconvolta dalla notizia che le ha appena comunicato il senologo che non riesce a uscire dal buco in cui è precipitata. La sua composta dignità è più forte di tutto: “Mi scusi, dottoressa, sono un po’ frastornata dalla notizia, faccio fatica a concentrarmi. Mi ripeta la domanda.”

La guardo ancora una volta e non vedo una delle tante pazienti che in questi anni ho visitato e addormentato, vedo, invece, le donne a me care, quelle che, nella mia vita fuori di qui, hanno vissuto una giornata come quella che lei sta vivendo oggi, quella in cui un medico ha detto loro: “Hai il cancro e ti devi operare.”.

Penso a mia zia e alle mie amiche. Non penso, però, a chi non c’è più, penso, invece, intensamente, alla mia compagna di banco del liceo, quella che è tra le persone più care che ho su questa terra. Anche a lei un giorno hanno detto che aveva il cancro, che si doveva operare e poi la chemio e poi i capelli che cadono e la terapia farmacologica.

Oggi, a distanza di anni, è guarita, sta bene ed è bellissima. Come lei. Ha i suoi stessi capelli, lucidi e scuri, questo abito color geranio le starebbe benissimo.

Decido, quindi, di interrompere la visita.

Poso la penna e appoggio anche io le mani sul tavolo come lei. Forse se lo afferriamo entrambe posso aiutarla a non cadere, a non scivolar via.

“Signora Rossi, mi ascolti bene, dal cancro si guarisce. Non si muore per forza. Si guarisce.”

Finalmente sembra avermi sentito: “Si, dottoressa.” Con un’intonazione nella voce che è una via di mezzo tra una domanda e una affermazione.

Allora il punto fermo lo metto io: “Si guarisce. Mi creda.”

Gli occhi si annegano di lacrime, ma non ne fa rotolare giù nemmeno una, sembra aver deciso che strada imboccare, sembra uscita dalla paralisi : “Peso 60 chili, dottoressa, e non sono allergica a nulla.”

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