Io non sono un bravo medico

Che il nostro lavoro sia fatto, spesso, di fallimenti e frustrazioni è cosa assai nota e ampiamente metabolizzata. Questo non toglie che quando le cose ai nostri pazienti vanno male, noi restiamo sempre come schiacciati tra professionalità e umanità, perchè non si può piangere per tutti i malati che si aggravano e che muoiono, soprattutto se fai il rianimatore, è la nostra stessa professionalità e tutela personale a impedircelo, ma nonostante questo, esistono dei pazienti che senti tuoi in un modo un po’ troppo speciale, troppo perchè se, poi, le cose non vanno come vorremmo, resteremo feriti e ammaccati.

E questo non è molto professionale, i bravi medici sono impenetrabili.

Io non sono un bravo medico.

Lui è stato un mio paziente per una breve parte del turno, parte nella quale, sinceramente, non ho avuto un ruolo chiave, vorrei raccontarvi di gesti rianimatori eroici e determinanti, ma non ci sono stati, ho solamente aiutato un mio collega ad assisterlo, perchè molto grave. Così grave da essere necessario un trasferimento urgente in una struttura attrezzata per i pazienti come lui.

Il trasferimento c’è stato, ma senza buon esito. La clinica lo diceva chiaramente, ma sia io, sia il mio collega siamo ottimisti senza regole, di quelli che ci sperano fino in fondo, perchè, poi, non sai mai come va a finire, fino alla fine.

A volte, invece, la fine va, semplicemente, a finire. Come in questo caso.

Quando il mio lavoro fallisce, io per qualche giorno mi spacco la testa per cercare di capire se ho sbagliato qualcosa, o se avrei potuto fare diversamente, o meglio, o prima, o dopo. Spesso queste autodistruzioni me le sbroglio da sola, ma questa volta c’era pure il mio collega, che è anche il mio amico e il mio punto di riferimento, quindi la testa ce la siamo spaccata in due, come se questo potesse cambiare qualcosa per noi, ma soprattutto per il paziente.

Quando, poi, questi casi riguardano non solo noi rianimatori, ma coinvolgono anche altre specializzazioni arrivo al punto di chiamare colleghi amici, anche lontani, che fanno quella specializzazione per chiedere il loro parere.

Uno di questi è Claudio, un amico del passato più lontano, amici da quando le nostre due età sommate facevano quella che abbiamo ora da soli. Lui fu il primo a dirmi: “Non fare Medicina” benchè allora lui fosse solo studente. Evidentemente entrambi siamo due zucconi e siamo finiti a fare, praticamente, lo stesso lavoro, solo ai due estremi della vita dei nostri pazienti.

Lo chiamo una mattina a metà turno, non ci sentiamo da una vita, ma non è importante. Dopo gli scambi classici passiamo subito a sciorinare ega, a confrontare esami e clinica, lui chiede, io rispondo, io chiedo e lui risponde, alla fine mi conforta con quel vocione che ha sempre avuto, che se chiudo gli occhi me lo vedo davanti, alto come un gigante, occhiali e capelli neri e una bellissima risata. No, non avremmo potuto fare altro, o meglio, e io, che vorrei sentirmi sollevata, non riesco lo stesso a darmi pace.

Dev’essere per questo che a casa ho comprato un grande divano, comodo e chiaro. E’ il posto ideale dove rintanarsi in quei resti clandestini di giornata, in cui io sono già a casa, mentre gli altri non sono ancora rientrati.

Un divano grande in cui affondare, con una coperta tirata fino al collo e un piattino con un grappolo d’uva, c’è anche una commedia americana in televisione, con la quale posso, finalmente, piangere in pace tutta la mia frustrazione.

Penso a mio marito che mi dice: “Certi giorni bisognerebbe smettere di fare questo lavoro.” Ha ragione lui, perchè, a volte, sembra davvero un po’ troppo e un po’ troppo ingiusto.

Poi la commedia finisce e con essa le lacrime, anche di acini d’uva non ne è rimasto alcuno.

Mi alzo dal divano e mi asciugo la faccia.

Inizieremo domani a smettere con questo mestiere, tra poco inizio il turno di notte.

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