Aiuto.

Il camice piombato pesa più del dovuto, mentre, con le gambe appena divaricate, sosto come una guardia svizzera alle spalle del chirurgo, le braccia conserte e un silenzio anch’esso di piombo, se non fosse per il rumore del bisturi elettrico.

“Vuoi che ti chiami qualcuno?”

Nessuna risposta.

In compenso si gira la ferrista, incrociamo gli sguardi stanchi, sull’orlo della pazienza.

Cambio impercettibilmente posizione, sempre senza muovere l’aria, in realtà cambio il carico del peso da una gamba all’altra.

Aspetto.

Ancora il ronzio del coagulo, la luce innaturale che ferma tutto, come in una fotografia, mentre il mio monitor scandisce il ritmo del tempo.

“Fammi pensare.”

Non si gira nemmeno, non sono nemmeno certa che stia parlando con me.

“È tardi e non stiamo andando ne’ avanti, ne’ indietro. Ti chiamo qualcuno dei tuoi.”

Ho provato a usare un tono intermedio, senza interrogazione, una frase che ne significasse un’altra:”Se tra poco non ti decidi tu, decido io e chiamo aiuto.”

Mi ricordo molte situazioni come questa, quando l’operatore si trova bloccato e non vuole chiedere aiuto.

Poche altre categorie hanno un ego smisurato quanto i medici, soprattutto quelli di noi che lavorano in urgenza, o in sala operatoria. Ne conosco più di uno affetto da quella che io chiamo “Sindrome di Dio”, quel sentirsi onnipotenti e indispensabili. Tanto più è sviluppata la sindrome, quanto più è difficile ammettere la sconfitta e chiedere aiuto.

Una fatica così grande da non riuscire nemmeno più a girare lo sguardo, o a muovere le mani.

Ancora qualche attimo di silenzio e gli risparmio la fatica di parlare.

“Vado a chiamare.”

Esco dalla sala mentre l’eco delle mie parole rimbomba e rilassa i muscoli di tutti.

Mentre prendo la cornetta e compongo il numero del reperibile, penso che questo non ha niente a che fare con la bravura del medico, capita a tutti di sbagliare, o di non saper fare una cosa, o di essere in una pessima giornata, in cui anche le cose più semplici ti vanno storte, ma è proprio qui che si vede l’intelligenza medica, che è così simile all’intelligenza nella vita di tutti.

Sapere quando fermarsi, quando chiedere una mano, quando girare lo sguardo intorno e chiedere di chiamare qualcuno che venga ad aiutarci e, infine, lasciarci aiutare.

Sto già deragliando con i miei pensieri, quando sento dall’altra parte la voce di chi sto cercando:”Sono Paola, vieni in sala che abbiamo bisogno d’aiuto.”

E quanto sarebbe bello nella vita sentire quella stessa limpida e determinata risposta:”Arrivo subito.”

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