Padri e figli

Sono le 18,oo e i parenti sono già usciti tutti, la nostra è una Rianimazione aperta, i parenti potrebbero restare fino alle 19,00, due per paziente, ma oggi si sono trattenuti un po’ meno e adesso il reparto è tranquillo e silenzioso, come piace a me. Copio gli esami sulle cartelle, ascoltando il ritmo dei monitor.

“Paola, scusa…” La OSS si avvicina al bancone e mi distrae dai miei pensieri: “Paola, alla porta c’è un signore che dice di essere il figlio del letto 1.”

Alzo la testa, sento la domanda, ma non la registro. “Il figlio di chi?”

“Eh, sì, del paziente del letto 1.” Mi lancia un’occhiata perplessa e torna ai suoi lavori.

Il paziente del letto 1 non ha figli.

E’ stato ricoverato la scorsa notte, legalmente vedovo e senza figli, lo stava assistendo un nipote e poi abbiamo parlato con altri nipoti e cugini. Nessun figlio, nemmeno menzionato.

Vado alla porta piuttosto incuriosita, spesso succede che la gente sbagli reparto e che il padre dell’uomo alla porta non sia ricoverato qui, comunque apro e faccio accomodare un signore distinto, che avrà circa la mia età, nello studio.

“Buongiorno dottoressa, sono il figlio del signor Tale.”

Il problema della mia faccia è che fa espressioni che difficilmente riesco a controllare, deve averlo appena fatto, perchè subito si corregge: “No, mi scusi, non sono suo figlio legalmente, sono suo figlio biologico, ma non legalmente riconosciuto.”

Una storia come tante, che conosco molo bene, anche mio padre non ha mai avuto un padre legale e quello biologico non ha mai fatto molto per essere presente nella sua vita, tutt’altro. Mi risistemo sulla sedia, improvvisamente scomoda.

“Questo è un problema, in effetti.” Io non so esattamente perchè nelle situazioni più imbarazzanti, mi vengano le frasi più cretine.

“Non sa quanto.” Una mano passata tra i capelli per superare un imbarazzo che non dovrebbe appartenermi e che in realtà so bene da dove arriva, quanto possa far sentire soli e poveri stronzi essere lì a raccontare di essere quello che il tuo stesso padre non ha voluto che tu fossi. Già visto in altri occhi, in altre mani, tra altri capelli, a me molto cari.

“Lei non ha nessun documento che lo attesti, immagino.”

“No, solo negli ultimi anni ci siamo avvicinati, all’inizio di nascosto, poi sa, la moglie di lui è morta e allora ci siamo frequentati più spesso, poi ha parlato di me anche con i cugini e i nipoti, ora ci conosciamo tutti, sa. Ora abbiamo buoni rapporti, in questi giorni in ospedale ci siamo dati il cambio per assisterlo, per fare le notti, c’ero anch’io. Sa che l’altro giorno mi ha detto che appena dimesso avrebbe fatto le pratiche per il riconoscimento legale, poi è peggiorato e l’altra notte l’avete trasferito qui sotto.”

Mi guarda con degli occhi sgranati molto più infantili dei suoi quarant’anni, un affanno nel tentare di risultare convincente, che invece di intenerirmi mi fa rabbia. Una vita spesa a  mendicare un diritto che qualcuno ha deciso lucidamente di negare, no, questa umiliazione non la conosco.

Penso, però, anche che il mondo è pieno di matti mitomani e che l’unica persona che, ora, potrebbe confermarmi la verità, è in coma, intubato e attaccato a un ventilatore. La sua versione dei fatti risulta inaccessibile. Mi schiero, quindi, dietro la Legge e la deontologia.

“Oggi sono entrati già due parenti, i cugini, non possono entrare più di due persone al giorno.”

“Lo so, ma speravo che in questo caso potesse fare eccezione.” Lo stesso sguardo da bambino abbandonato che mi irrita e mi fa sentire, contemporaneamente, colpevole.

“No, non posso fare eccezioni.” Il chè non è nemmeno del tutto vero, il reparto è tranquillo, pochi pazienti stabili, non sarebbe la prima volta che faccio fare uno strappo alla regola.

“Deve mettersi d’accordo con i parenti più stretti del paziente e fare i turni per le visite, così domani potrebbe entrare lei.”

Adesso non mi guarda più in faccia, ma si guarda le mani che non hanno mai smesso di stropicciarsi: “Eh, già, mettersi d’accordo…”

Ho come il sospetto che i rapporti con i cugini non siano poi così idilliaci.

Ad ascoltare il cuore lo farei entrare adesso, a sedersi vicino e tenere la mano a chi troppo vicino non l’ha mai voluto, a strappare uno straccio di intimità, con la complicità della malattia, del coma, delle macchine che lo tengono fermo quel tanto che basta da impedirgli di sottrarre la mano e la visione del suo viso, del conforto della vicinanza del corpo.

Ma.

Ma il mio paziente non è lui, ma quel padre che non ha mai deciso di esserlo davvero e finchè non saprò la sua volontà, non potrò violare e tradire un’intimità che non ha mai voluto condividere.

“No, oggi non può entrare, domani si presenti qui con i parenti diretti e proveremo a chiarire tutti insieme la priorità di ingresso.”

Non alza la testa, non prova nemmeno più a convincermi: “Sì, va bene.” La’accettazione di una vita da comparsa.

“Dottoressa, posso chiederle almeno come sta?”

“E’ molto grave, è ancora in pericolo di vita.”

“Grazie, a domani.” Mi guarda senza più volermi comunicare niente, si alza e se ne va, composto e senza fare rumore.

Mentre torno in reparto penso a chi perde di più, lui che non lo vede, l’altro che tanta devozione, forse, non se la merita nemmeno e io che scelgo quello che non vorrei, ma che devo fare. Tutelare chi non vorremmo, come non vorremmo fare mai.

“Allora, il figlio del letto 1 lo fai entrare?”

“Il paziente del letto 1 non ha figli legalmente riconosciuti e no, per stasera, non entra più nessuno.”

Sono io che me ne vorrei andare.

 

 

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