Un po’ di chiarezza

In questi giorni la triste storia della morte della paziente gravida e dei due gemelli all’ospedale Cannizzaro di Catania ha sollevato molte polemiche e valanghe di articoli pieno di errori terminologici, conditi di niente, montato a fuffa, tanto che non posso esimermi dall’esprimere la mia opinione non richiesta.

Innanzitutto alcune premesse: non voglio parlare del caso clinico specifico, perché si tratta di una tragedia immensa su cui la Procura sta già indagando e, a mio avviso, non c’è necessità di un ulteriore sciacallaggio, ma, benché a tutti voi sia molto chiara la mia posizione in merito all’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici, trovo che cavalcare in contesti sbagliati, quella che per me è una battaglia civile di etica e coscienza, sia sbagliato e, alla lunga, controproducente.

Ma vado ad argomentare.

Innanzitutto gli aborti non sono tutti uguali, mentre in questo paese basta pronunciare la parola chiave “aborto” per risvegliare tutti i cadaveri sepolti in giardino e far ribollire il calderone ripieno di estremismi religiosi e credo politici della pancia del paese.

L’aborto è una condizione clinica, che si definisce come l’interruzione della gravidanza a cui consegue l’espulsione del feto, o dell’embrione, dalla cavità uterina, evento che può avvenire spontaneamente, o con l’intervento attivo chirurgico.

L’aborto può essere volontario, o spontaneo, ed esiste una legge italiana che lo regolamenta, la cosiddetta 194.

Si definisce IVG (interruzione volontaria di gravidanza) quella che in Italia può essere effettuata fino alla 12^ settimana più 7 giorni, senza che sussistano condizioni patologiche e ITG (interruzione terapeutica di gravidanza) la condizione in cui, per condizioni patologiche, la gravidanza può essere interrotta entro la 22^ settimana. In entrambi i casi è la donna a decidere di interrompere la gravidanza.

L’obiezione di coscienza del personale sanitario può essere esercitata ogni volta che esiste una volontà attiva della paziente di interrompere la gravidanza stessa.

Il limite di 22 settimane è importante, perché è il limite minimo di sopravvivenza del feto al di fuori dell’utero materno ed è stato scelto perché, prima di questa età gestazionale, i polmoni non sono ancora formati, quindi il feto non può sopravvivere perché non può respirare.

Fino a qui tutto chiaro, vero?

Tutte le altre condizioni cliniche che determinano il decesso del feto si chiamano comunque aborti, ma niente hanno a che fare con l’obiezione di coscienza.

I feti possono morire, le gestanti si possono ammalare ed esistono numerose condizioni cliniche che possono portare al decesso della gestante, o del feto. È la natura umana e ci possiamo fare molto poco, anche se la Medicina, nei secoli, ha fatto passi da gigante per arginare questi danni, fino a creare l’illusione che non si possa, o non si debba morire in gravidanza e, qualora questo avvenga, sia da imputare sicuramente all’errore medico.

Ora proviamo a tornare al caso clinico specifico.

Nelle prime ore molto articoli hanno gridato all’abuso di obiezione di coscienza da parte del personale sanitario, che avrebbe, a loro detta, tergiversato nell’estrazione dei feti, determinando il decesso di madre e gemelli.

Questo è un errore terminologico al limite del delinquenziale, perché veicola un messaggio scorretto che titilla la facile indignazione.

Qualunque sia stata la condizione clinica, l’obiezione di coscienza non c’entra nulla, perché non sussistevano le condizioni stesse dell’obiezione, ovvero non c’era la volontà materna di interruzione e si era ben oltre i termini sanciti dalla Legge Italiana.

Scrivere che il feto ancora presente in utero, feto che ricordo era alla 19^ settimana, stesse ancora respirando, è un’affermazione di tale superficiale ignoranza che mi fa venire il prurito alle mani.

Molto spesso, nel nostro mestiere, così come in molti altri, l’errore di comunicazione genera una valanga di incomprensioni e confusione, che montano a neve il nulla e lo buttano con forza su un pubblico di lettori e ascoltatori che non hanno i mezzi per poter capire e che si fanno imbizzarrire ad arte, a puro beneficio di informazione spazzatura che non solo è inutile, ma pure dannosa.

Così come ogni medico ha il dovere clinico di assistere le proprie pazienti in pericolo di vita, anche a discapito della sopravvivenza del feto che, comunque, data l’età gestazionale, fuori dall’utero non potrebbe sopravvivere, così i giornalisti hanno il dovere di informarsi, per comunicare, con termini comprensibili, al loro pubblico che ha il sacrosanto diritto ad accedere a informazioni serie e qualitativamente corrette.

Ora non resta che rispettare il dolore della famiglia e lasciare che la Procura faccia le indagini.

Io torno alla mia lotta per la tutela dell’applicazione della 194 nella Sanità Pubblica, che, però, non passa dall’uso improprio dei termini, ma dalla seria e onesta comunicazione.

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