“Dove devo firmare?”

“Dove devo firmare?”

“Non c’è niente da firmare.”

“Mi avete detto che mio marito non si riprenderà mai, che resterà un vegetale, io voglio firmare per l’eutanasia.”

“Gliel’ho già spiegato, l’eutanasia in Italia è illegale. Lo sa che non si può fare.”

“Sono la moglie, l’avente diritto e lui in vita ha sempre detto chiaramente che non voleva restare un vegetale. Io voglio rispettare la volontà in vita di mio marito.”

“Lo so, ma noi non possiamo aiutarla. Suo marito sta respirando da solo con la tracheostomia, il cuore batte da solo. Non stiamo facendo nessun accanimento terapeutico.”

Mi guarda dritta in faccia, non piange nemmeno più, ha pianto tanto nei giorni scorsi e piangerà ancora, ma oggi non si concede nemmeno una lacrima, non la vuole concedere a me. Oggi è in guerra, contro di me.

Io respiro piano e tengo lo sguardo, sfrego i palmi delle mani sulle cosce, come quando ho un attacco di allergia e mi prudono le mani, perché è così che mi sento: ho dentro di me qualcosa che mi sta facendo male.

“Dottoressa, quando il mio cane l’anno scorso si è ammalato il veterinario gli ha fatto l’eutanasia con il Tanax. Lei sa cos’è il Tanax?”

“Sì, è una miscela di tre farmaci: un narcotico, un curaro e un anestetico locale.”

“E lei queste cose non le ha?”

Respiro ancora una volta:”Certo che le abbiamo.”

“E allora gliele somministri, io non dirò niente, nessuno saprà mai niente e lei avrà fatto un gesto pietoso. Come è possibile che il mio veterinario sia più umano e pietoso di lei?”

Potesse mi prenderebbe a sberle, potendo mi prenderei a sberle da sola.

“Signora, non faccio io le leggi e questo discorso non porta a niente, la prego.”

“Lei è sposata?”

“Sì, lo sono.”

“Se fosse al mio posto lo farebbe a suo marito?”

Questo è un gioco a cui non voglio giocare, ho imparato con gli anni a non cadere nei tranelli dei pazienti, anche quando dettati solo dalla disperazione.

“Signora, glielo ripeto, in Italia non pratichiamo l’eutanasia.”

Continua a guardarmi con occhi furenti, un dolore così nero e ribollente, che farebbe indietreggiare un esercito, mentre io sono solo un fante.

“E quindi, ora, cosa succederà?”

“Nei prossimi giorni gli faremo una PEG, poi lo dimetteremo in un centro specializzato.”

“Che bella prospettiva. E se mi rifiutassi?”

“Continuerà con la nutrizione in sondino.”

“Sondino che prima o poi decubiterà, giusto?”

“È molto probabile, sì.”

“E poi? Con tutti questi tubi e cannetti potrà sopravvivere a lungo, che bel traguardo! Che futuro luminoso! Non mi resta che sperare in un ictus, un’infarto, o un’infezione, vero?”

Non rispondo più, non provo nemmeno una blanda difesa, lascio che mi faccia a brandelli, per quel che possa servire a lei, a lui, o anche solo a me.

“Lui era forte, sopravviverà a lungo e tutti noi ci ricorderemo di lui così, in un letto come una bambola rotta, ma lui non era così, sa? Non è così che meritava di essere ricordato.”

Continuo con il mio silenzio ottuso, mentre lei procede da sola.

“Posso andare da lui, ora?”

“Certo, signora, la accompagno.”

“No, grazie, conosco la strada.”

Si alza e se ne va, lasciandomi appiccicata alla sedia, come se un catrame denso non mi permettesse di muovermi. Resto così per qualche secondo, ma tanto so già che questo catrame non si dissolverà da solo, per cui, lentamente, mi alzo e, con passo pesante, quanto i miei pensieri, torno a lavorare.

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